Recensione: La signora dei fiumi
La
signora
dei
fiumi
Il romanzo di cui ci accingiamo a parlare è dell'autrice britannica
Philippa Gregory, ed è più precisamente, il primo di un ciclo letterario sulla cosiddetta “Counsin's war” (in italiano : “La guerra dei cugini” ossia il modo in cui viene definita in Inghilterra la guerra delle due rose) composto in totale da sei libri .
Philippa Gregory, ed è più precisamente, il primo di un ciclo letterario sulla cosiddetta “Counsin's war” (in italiano : “La guerra dei cugini” ossia il modo in cui viene definita in Inghilterra la guerra delle due rose) composto in totale da sei libri .
La trasposizione italiana del libro è a cura di Marina Deppish, che qui in Italia si è sempre occupata (almeno finora) dell'adattamento dei romanzi della Gregory.
Questa volta è stata scelta come traduzione italiana del titolo, “La signora dei fiumi” rivelandosi uno di quei rari casi dove la Deppish si è attenuta al titolo originale scelto dall'autrice britannica ossia “The lady of the rivers”.
Trama del romanzo
Il romanzo racconta le vicende relative alla fase finale della
Guerra dei cent'anni
Guerra dei cent'anni
(Il conflitto europeo che vide schierati l'uno contro l'altro il regno d'Inghilterra ed il regno di Francia, durato dal 1337 al 1453, quindi ben centosedici anni)
e gli albori della
Guerra delle due rose
Guerra delle due rose
(il conflitto civile che vide la sanguinosa lotta dinastica combattuta in Inghilterra tra il 1455 e il 1485, tra due differenti rami della casa reale dei Plantageneti: i Lancaster e gli York)
da un punto di vista veramente d'eccezione: quello di Giacometta di Saint Paul, nobildonna del casato di Lussemburgo, la quale fu duchessa consorte di Bedford per primo matrimonio (1433-1435) e successivamente per seconde nozze, baronessa consorte di Rivers durante il regno di re Enrico VI d'Inghilterra.
Infine divenne contessa consorte di Rivers sotto re Edoardo IV d'Inghilterra, trovandosi quindi col divenire zia acquisita del primo re e suocera del secondo.
La storia esplora le vicende relative al vissuto personale di Giacometta e a tutti gli incontri che ella ebbe in quel periodo, che quindi ci portano ad esplorare dal vivo le cause di uno dei conflitti civili più famosi della storia d'Inghilterra.
Peculiarità di questo romanzo, come del resto di quasi tutti i libri della Gregory, è il racconto da un punto di vista completamente esterno (Giacometta era inglese solo per via dei due matrimoni) ma soprattutto femminile, che conduce il lettore nella stessa magica atmosfera permeata di diffidenza, coraggio, ferocia ma anche carica di misticismo che caratterizzò profondamente il periodo in cui il libro è ambientato.
In questa recensione ho deciso di chiamare la protagonista Giacometta, nonostante nell'adattamento italiano della Deppish il suo nome sia stato reso come Jacketta.
Poiché tale denominazione mi ricordava troppo un capo d'abbigliamento, ho preferito usare il nome in versione italiana. Spero mi perdonerete.
Giacometta
di Lussemburgo,
la signora dei fiumi
E' la protagonista delle vicenda, nonché l'unica voce narrante all'interno del romanzo.
Figlia del conte di Saint Paul, Pietro I del Lussemburgo e di Margherita del Balzo (e quindi con origini italiane da parte di madre) nasce all'incirca nel 1415, proprio nel pieno della guerra dei cent'anni, che in quel periodo vedeva quasi tutto il nord della Francia sotto il dominio inglese, con il duca di Borgogna ed i suoi vassalli (e quindi anche la famiglia di Giacometta) come loro più fidi alleati.
La nostra Philippa Gregory si propone di affrontare le vicende relative al periodo storico in cui la nobildonna visse, ma cercando per quanto possibile, di immedesimarsi non solo nel suo punto di vista, ma anche di inquadrarla in situazioni che forse ella “solo presumibilmente” si trovò a vivere.
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| Ritratto di una nobildonna borgognona dallo stile assimilabile a quello che avrebbe avuto Giacometta. |
La nostra Philippa Gregory si propone di affrontare le vicende relative al periodo storico in cui la nobildonna visse, ma cercando per quanto possibile, di immedesimarsi non solo nel suo punto di vista, ma anche di inquadrarla in situazioni che forse ella “solo presumibilmente” si trovò a vivere.
Infatti uno dei problemi relativi alla scrittura dei romanzi storici ambientati nel periodo medievale, è soprattutto relativo alla mancanza di fonti scritte che possano accertare un determinato evento come realmente accaduto. Se poi il personaggio di cui si va a parlare (le donne praticamente in quasi tutti i casi) non è particolarmente famoso, o anche solo degno di storiografica attenzione da parte della mentalità corrente in quel periodo, il buco nero è presto creato. Tocca quindi alla creatività ed alla fantasia romanzesca dell'autore colmare tale gap per rispettare il manzoniano principio di verosimiglianza.
Tuttavia ritengo che nel caso di Giacometta, la Gregory abbia fatto un lavoro eccezionale. La nostra signora dei fiumi è coerente, convincente e coinvolgente specie in considerazione del fatto che lo sviluppo del personaggio è in costante divenire per tutto il romanzo.
Infatti la nostra lady lussemburghese all'inizio del racconto è poco più di una bambina, e quindi ragiona come tale.
Questo è anche dovuto al suo essere pesantemente influenzata dal ceto di appartenenza, dal lignaggio e dalla stima che nutre per i suoi familiari, che la porta a non metterli mai in discussione. Tuttavia bisogna dire che lei rivela da subito una personalità non comune: nonostante la giovane età, ella è ben consapevole del ruolo di totale sudditanza rivestito dalle donne del suo tempo, ed ha la maturità di esser consapevole di non poter cambiare le cose; pertanto vi si adatta.
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| Ritratto di una lady borgognona. Lo stile e' riconducibile a quello di Giacometta |
Questo è anche dovuto al suo essere pesantemente influenzata dal ceto di appartenenza, dal lignaggio e dalla stima che nutre per i suoi familiari, che la porta a non metterli mai in discussione. Tuttavia bisogna dire che lei rivela da subito una personalità non comune: nonostante la giovane età, ella è ben consapevole del ruolo di totale sudditanza rivestito dalle donne del suo tempo, ed ha la maturità di esser consapevole di non poter cambiare le cose; pertanto vi si adatta.
Il suo adattarsi però non è completamente passivo; Giacometta è alla costante ricerca emotiva di figure diverse, anticonformiste, finendo con l'approvarle prima solo col pensiero, ma successivamente anche con le azioni, là dove possibile. Prima fra tutte la potente pro zia di Giacometta, chiamata la Demoiselle, poi Giovanna d'Arco ma anche il suo stesso secondo marito, Richard Woodville.
La futura signora dei fiumi dimostra quindi da subito un carattere profondamente riflessivo, anticonformista, ma prudente; crede nei valori che le sono stati inculcati, ma è capace di analizzarli criticamente per poi fare determinate scelte, dimostrando una maturità fuori dal comune. Raramente la si vede agire totalmente guidata dall'istinto, anzi forse nella storia accadrà una volta soltanto (quando sposerà Richard Woodville), dimostrandosi un personaggio dotato di grande intelligenza ed arguzia.
Tuttavia non posso fare a meno di riconoscere che oltre alle virtù che possiede, Giacometta è anche una donna molto fortunata considerate le vicende che han costellato la sua esistenza. Alla lunga però finisce anche col dimostrare di aver ereditato dalla famiglia d'origine una fortissima ambizione, che tirerà fuori non tanto per se stessa, quanto per il marito Richard ma soprattutto i loro figli.
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| Giacometta ritratta come duchessa di Bedford |
Tuttavia non posso fare a meno di riconoscere che oltre alle virtù che possiede, Giacometta è anche una donna molto fortunata considerate le vicende che han costellato la sua esistenza. Alla lunga però finisce anche col dimostrare di aver ereditato dalla famiglia d'origine una fortissima ambizione, che tirerà fuori non tanto per se stessa, quanto per il marito Richard ma soprattutto i loro figli.
Questo la rende un personaggio con una costruzione complessa e che almeno a livello personale, mi ha portato ad empatizzare profondamente con lei.
Ovviamente la sua crescita psicologica non avviene dalla sera alla mattina, ma nel corso degli anni, attraverso le vicende che si troverà ad affrontare prima come moglie del duca di Bedford, poi da vedova, poi da moglie di Richard Woodville e conseguentemente come madre.
Ritratto di nobildonna borgognona. Lo stile del vestiario,i gioielli e l'acconciatura possono essere facilmente assimilati alla figura di Giacometta, della quale purtroppo non vi sono ritratti certificati.
Ritratto di nobildonna borgognona. Lo stile del vestiario,i gioielli e l'acconciatura possono essere facilmente assimilati alla figura di Giacometta, della quale purtroppo non vi sono ritratti certificati.
Giacometta nel corso del romanzo incontra svariati personaggi con cui costruirà determinati tipi di legami. Nella lista che segue, mi propongo di elencarne i più importanti.
La famiglia
naturale
di Giacometta,
ossia il casato di
Lussemburgo
naturale
di Giacometta,
ossia il casato di
Lussemburgo
Come accennato, Giacometta nutre per nascita un profondo rispetto ed una certa sudditanza nei confronti dei genitori, che nel romanzo appaiono come la classica coppia di nobili del loro tempo, uniti in matrimonio da ragioni patrimoniali, dinastiche e politiche e che si propongono di fare altrettanto con i loro figli.
Non sono particolarmente freddi nei confronti della figlia, ma nemmeno esageratamente affettuosi. Inoltre sembrano tenerla abbastanza informata sugli avvenimenti politici che riguardano la famiglia, il che dimostra che sia pur un minimo, la ragazza viene tenuta in considerazione. Bisogna comunque sottolineare che almeno nel romanzo Giacometta è davvero una figlia modello, quindi difficilmente i genitori potevano avere granché da recriminare.
Figura invece davvero interessante è quella della pro zia di Giacometta, ossia Jeanne de Luxembourg, chiamata la Demoiselle dalla quale la ragazza per tutta la vita sarà sempre profondamente ispirata.
La Demoiselle
Zia paterna di suo padre, questa potente nobildonna non aveva mai contratto matrimonio, e pertanto disponeva di una grossa parte di eredità del casato lussemburghese di cui poter disporre a proprio piacimento, con tutta la potenza e l'importanza che per una donna dell'epoca poteva rappresentare.
Stimata e temuta dagli uomini della famiglia di Giacometta (primo fra tutti il padre della ragazza), la Demoiselle ha tre armi a disposizione che la rendono colei che può avere sempre l'ultima parola in ogni questione familiare: il lignaggio con conseguente diritto di anzianità, una notevole cultura ed una grossissima eredità che è libera di donare a chi vuole. Pertanto sarà principalmente grazie a lei che Giovanna d'Arco, almeno all'inizio, riuscirà a sottrarsi alla furia degli inglesi (l'anziana contessa arrivò a minacciare di diseredare il padre di Giacometta se lui o il fratello avessero consegnato la pulzella di Orlèans agli inglesi).
La vediamo come una donna estremamente realista, sotto molti aspetti disincantata, e che non ha molta fiducia nei confronti degli uomini.
È ben consapevole che sono loro a detenere il potere nel mondo e lo accetta, ma non fa mistero di ritenerli individui estremamente limitati quando si tratta di percepire OLTRE ciò che si vede, OLTRE quello che si sente, insomma di comprendere il mondo per quello che REALMENTE è, al di là dell'applicare meccanicamente del semplice raziocinio.
In virtù di questo, l'anziana donna rivelerà a Giacometta quello che ella ritiene essere il più grande segreto del casato di Lussemburgo: la conoscenza della magia.
Le origini del casato
di Lussemburgo
Le origini della famiglia di Giacometta erano piuttosto antiche, anzi più che antiche pare addirittura divine.
Il casato infatti, vantava la propria discendenza da una dea marina, chiamata Melusina, che un giorno vide un mortale vicino allo specchio d'acqua dove viveva, e se ne innamorò perdutamente.
Decise pertanto di assumere una forma umana al fine di poterlo conoscere (la dea aveva un corpo serpentino dalla vita in giù) e i due ben presto si innamorarono e si sposarono. Melusina per amore decise di rinunciare per sempre a tornare negli abissi, ma di fatto non poteva smettere di essere ciò che era.
Perciò chiese a suo marito di poter rimanere completamente sola una volta al mese per poter fare un bagno. L'uomo all'inizio decise di assecondare quella che per lui era una bizzarra richiesta, ma col passare del tempo la curiosità mista al sospetto, finirono per divorarlo e decise di spiarla di nascosto.
Quando durante il bagno mensile vide la vera natura della moglie (il corpo serpentino), ne rimase sconvolto.
Melusina vistasi scoperta, (dato che gli uomini non potevano conoscere i segreti degli dei) decise di tornare nelle profondità marine da cui proveniva, portando con sé tutte le figlie femmine, lasciando sulla terra solo i maschi. Suo marito per anni cercò di richiamarla a sé, pentito del suo gesto, ma ormai era troppo tardi e restò solo per sempre.
Una variante della storia (che poi sarà quella accreditata nel romanzo successivo “La regina della rosa bianca”), sostiene invece che il marito di Melusina abbia in realtà sempre saputo della natura divina della moglie.
Il suo sgomento nella scena del bagno, in realtà fu dovuto al fatto che nonostante i tanti anni di matrimonio e la nascita dei figli, realizzò di come non fosse riuscito a cambiare la natura della moglie, a renderla uguale a tutte le altre donne.
Melusina pertanto, resasi conto che lui non l'aveva mai davvero accettata per quello che era, ed incapace per quanto provasse di essere come le altre, alla fine aveva deciso di lasciarlo per sempre.
Immagine medievale che mostra la dea Melusina sorpresa dal marito durante il rituale del bagno mensile. Da qui la scoperta della vera natura della donna.
Tornando alla
Demoiselle
La Demoiselle riteneva che alcune donne del casato di Lussemburgo (discendenti dei figli maschi lasciati da Melusina sulla terra) fossero detentrici del dono della preveggenza, nonché di capire e comprendere la magia. Lei stessa era una di queste, ed aveva intravisto in Giacometta lo stesso identico dono.
Nel romanzo l'anziana signora spende gli ultimi anni della sua vita e la poca salute che le resta, ad insegnare alla piccola pro nipote tutto ciò che doveva sapere a riguardo; ma tuttavia ammonendola sempre sul fatto di tenere sempre e solo per sé il proprio dono, in quanto era un qualcosa che i mortali non avrebbero mai potuto né voluto comprendere.
Tra le varie cose che la pro zia le insegna, c'è la capacità di leggere il futuro in vari modi: attraverso le carte (dei tarocchi dipinti a mano che la famiglia si tramandava da generazioni), attraverso un particolarissimo bracciale stracolmo di ciondoli ognuno con un significato ben preciso, l'interpretazione di determinati segni della natura e l'uso corretto di determinati tipi di erbe.
Senza contare che Giacometta già per conto proprio aveva anche delle visioni sul futuro, che però avvenivano in imprevedibili condizioni e situazioni.
Quando la Demoiselle muore, questa lascia a Giacometta in eredità gli oggetti e tutti i libri contenenti le informazioni di alchimia, erboristeria, geografia ed altri trattati che avrebbero potuto aiutarla nel suo compito, mentre al padre e allo zio di Giacometta, denaro, castelli e terre.
Penso che sia quanto mai emblematico come la veneranda contessa sia stata coerente fino alla fine: lascia alla pro nipote, una giovane donna, gli oggetti più importanti di tutta la sua vita, la sua eredità spirituale e la sua visione del mondo; agli uomini lascia l'unica cosa che per loro poteva avere un qualche valore: denaro e ricchezza. Beni senza un passato, che non portano alla vera conoscenza, ed adatti solo a chi non è capace di andare oltre il mondo fisico. Adatti quindi a chi non è in grado di vedere e capire le cose per quello che realmente sono.
Ritengo per parte mia che la vera eredità lasciata dalla Demoiselle sono gli insegnamenti dettati a Giacometta col suo esempio, di cui poi la nipote farà tesoro in futuro. Senz'ombra di dubbio un gran personaggio, per quanto sia apparso per pochi capitoli.
L'incontro con
Giovanna d'Arco
Non è storicamente possibile affermare con ineffabile certezza se davvero sia mai avvenuto l'incontro tra Giacometta e la pulzella di Orléans, né se le due abbiano mai effettivamente avuto modo di parlare tra loro.
La Gregory per costruire questo incontro si è basata sul fatto che il 23 Maggio del 1430 Giovanna d'Arco durante un attacco a sorpresa delle truppe francesi guidate dalla stessa contro la città di Margny (all'epoca in mano inglese), finì catturata da Giovanni di Ligny lo zio di Giacometta (fratello di suo padre), vassallo del duca di Borgogna, nonché fedelissimo alleato degli inglesi, come del resto tutta la famiglia.
Come detto poc'anzi, fu solo l'intervento della Demoiselle che senz'ombra di dubbio deve aver subito il fascino di questa fanciulla “ispirata da Dio” ad evitarle l'immediata consegna nelle mani degli inglesi. Tra l'altro tale situazione si sposa benissimo con la descrizione caratteriale della potente nobildonna fatta dalla Gregory. Tuttavia l'intervento della nobildonna borgognona fu efficace solo fintanto che questa fu in vita.
Nella vicenda narrata assistiamo ad un vera e propria amicizia sia pur molto breve, tra Giacometta e Giovanna d'Arco, incentivata dal fatto che grazie alla pro zia, la giovane pulzella non viveva in uno stato di totale prigionia, ma poteva relativamente muoversi come preferiva.
Nonostante avvenga all'inizio del romanzo e duri pochi capitoli, ritengo che senza dubbio alcuno, questo sia l'incontro più interessante e soprattutto SEGNANTE della nostra protagonista.
Giovanna d'Arco rappresenta in questo romanzo la vera natura delle donne, qualunque essa sia, in ogni contesto. La sua storia agli occhi della nostra eroina, diventa la metafora vivente di come un mondo guidato dagli uomini, stronchi e distrugga tutto ciò che LORO non possono comprendere, che LORO non possono accettare, perché troppo diverso e che soprattutto li potrebbe oscurare.
L'odio nei confronti di Giovanna (a parte i motivi politici che la vedevano come l'anima della resistenza francese) è semplicemente l'incapacità di accettare che una donna senza istruzione, giovane, armata solo del suo coraggio e delle sue buone intenzioni abbia potuto oscurare e vanificare le conquiste dei nobili prodi inglesi.
Dopo la consegna definitiva ai nemici (avvenuta ovviamente dopo la morte della Demoiselle) la Chiesa ottiene l'abiura della pulzella; l'obiettivo ecclesiastico è di ridurla a poco più che ad una giovane ignorante e fanatica che si è messa una divisa da soldato senza neanche capire cosa stesse effettivamente dicendo e facendo.
Vogliono ridurla al nulla più assoluto; a qualcosa che non è mai contato e nemmeno mai veramente esistito; la morte invece ne farebbe una martire. Vogliono annientare tutto ciò che ella rappresenta e rappresenterà per il futuro.
Tuttavia al potente duca di Bedford, Lord protettore d'Inghilterra, luogotenente delle terre inglesi in Francia, questo non basta: Giovanna deve morire.
Perché? Perché la sua morte scoraggerebbe la riconquista francese, perché la sua dipartita possa essere un esempio per tutti coloro che sarebbero venuti dopo di lei, e perché si dimostri al mondo intero che nessuno può sfidare il regno d'Inghilterra.
A facilitare le cose al duca sarà la stessa Giovanna, che successivamente ritratterà la propria abiura, vergognandosi di aver ceduto alla paura di morire e pertanto la condanna a morte della pulzella viene così servita sul piatto d'argento.
Giacometta assiste alla morte sul rogo di Giovanna d'Arco, e come lei, anche la madre e la zia. All'epoca era considerato uso comune assistere alle esecuzioni, specie se di personaggi particolarmente importanti.
Inutile dire che molto subdolamente far assistere le persone a questi atti di pubblica barbarie altro non aveva che lo scopo di scoraggiare simili comportamenti, da parte di chiunque; nel caso di Giovanna poi, il monito verso tutte le donne che anche solo lontanamente avevano potuto pensare di essere come lei, era fin troppo evidente.
Trovo che la morte di Giovanna sia stata una delle scene più raccapriccianti ma allo stesso tempo più sentite di tutto il romanzo, proprio per la sensazione che trasmette, specie ad una lettrice donna. Il senso dell'ingiustizia e della cattiveria si concentrano tutt' insieme in un torpore di paura e senso d'impotenza. Una delle meglio riuscite di Philippa Gregory.
La signora dei fiumi non dimenticherà mai la sua amica: una ragazza che come la sua antenata Melusina, non aveva potuto vivere in un mondo che non l'aveva mai accettata per quella che era la sua vera natura.
Piccolo appunto: a dimostrazione del fatto di quanto la figura di Giovanna d'Arco fosse davvero temuta in un mondo prettamente maschile, non fu tanto il trattamento riservatole dagli inglesi (banale e scontato), quanto come nessun francese, né tantomeno il re di Francia (che la stessa Giovanna aveva aiutato a ottenrre il trono), si diedero mai da fare per salvarla o riscattarla dalla prigionia dei Lussemburgo.
Il riscatto di Giovanna da parte dei francesi era ciò che la Demoiselle e la sua famiglia avevano sperato fino all'ultimo. Tuttavia oggi la Chiesa Gallicana (nome ufficiale della Chiesa Cattolica francese) venera Giovanna d'Arco come Santa, una donna che gli stessi francesi hanno per primi contribuito a far uccidere. Dopo che lei li aveva salvati dagli inglesi. Per dire la gratitudine.
Immagine medievale ritraente Giovanna d'Arco in armatura. Lo stile medievale presenta delle figure fortemente stilizzate e poco particolareggiate, pertanto non emerge chiaramente la giovanissima età della ragazza.
Immagine medievale ritraente Giovanna d'Arco in armatura. Lo stile medievale presenta delle figure fortemente stilizzate e poco particolareggiate, pertanto non emerge chiaramente la giovanissima età della ragazza.
Il primo
matrimonio con il
duca di Bedford
Come tutte le nobildonne dell'epoca, Giacometta (almeno all'inizio) non sfugge al suo destino: a soli 17 anni viene forzatamente maritata con il potente Giovanni Plantageneto del casato di Lancaster, duca di Bedford.
Egli è l'uomo più importante di tutta l'Inghilterra secondo solo a suo nipote, re Enrico VI, di cui tra l'altro è uno dei due Lord protettori. L'altro è suo fratello minore Humprey Plantageneto di Lancaster, duca di Gloucester.
Giacometta acconsente a questo matrimonio molto dimessamente, nonostante il duca abbia ormai superato i quarant'anni e fosse un vedovo senza figli.
Inoltre due anni prima, i due avevano già avuto un incontro abbastanza spiacevole (almeno da parte di lei), proprio in occasione del rogo di Giovanna d'Arco. Pertanto per puro spirito di obbedienza alla famiglia, si accosterà a questo matrimonio con quella che a me piace definire una sublime indifferenza.
Tuttavia la Gregory nella costruzione del duca di Bedford ci regala non poche sorprese; personalmente mi aspettavo il classico vecchio arrogante, prepotente e perché no, pure un po' maniaco, magari pure violento. Niente di più sbagliato.
Scopriamo che il duca reale è un uomo estremamente devoto alla sua defunta moglie, al suo Paese (anche a costo di mandare sul rogo una ragazza come Giovanna d'Arco, anche se ai suoi occhi resta sempre un genere di donna che lui non capisce e neanche si disturba a voler comprendere) ma ancora di più al suo unico nipote re Enrico VI, verso cui si sta sforzando in tutti i modi possibili per farlo diventare un grande re qual era il suo compiantissimo padre, re Enrico V.
Il duca è pienamente consapevole che il giovane nipote non corrisponde neppure lontanamente alle aspettative riposte in lui, ma è ben determinato, da solo, a cercare di costruire per lui un paese solido, sicuro, potente.
L'impresa tuttavia è destinata ad essere profondamente ardua nonché fallimentare: primo per la totale insofferenza dei francesi al controllo inglese, secondo per le ambiziose mire del fratello più giovane, il duca di Gloucester, che neanche troppo velatamente fa mistero di puntare lui stesso al trono, scavalcando il piccolo nipote e creando una sua personale discendenza reale.
Al fine di poter realizzare il suo obiettivo, il duca si serve di QUALUNQUE mezzo. Primo fra tutti la magia, benché lui stesso sia un cattolico che almeno ufficialmente discrimini questo tipo di pratiche. Da qui il matrimonio con Giacometta.
L'unione con la giovane nobile lussemburghese infatti, serviva al duca non tanto per motivi politici (anzi politicamente non gli veniva assolutamente nulla di conveniente da questo tipo di legame ma gli portava solo l'inimicizia dei francesi), quanto ai presunti poteri delle donne del casato borgognone. Il vero fine del duca è quello di servirsi delle doti divinatorie della giovane moglie per poter conoscere anticipatamente il futuro e poter quindi così anticipare ogni possibile evento.
Tuttavia l'uomo avrà modo di rendersi conto suo malgrado, che i poteri di Giacometta non possono essere controllati a comando o evocati meccanicamente, e questo gli porterà non poche frustrazioni.
Possiamo però constatare come al di là di questo problema, fra marito e moglie si crei comunque un legame affettivo, più simile a quello fra uno zio ed una nipote. Nonostante sotto molti aspetti ed in parecchi frangenti, il duca proprio per le capacità mistico/magiche di Giacometta, sia più portato a vederla e trattarla come un'icona preziosa, una statua di pietra pregiata. In altre parole un prezioso ma utile oggetto d'arredo. Questo rapporto resterà tale fino alla morte del duca, che avverrà dopo appena due anni di matrimonio.
Sebbene per ovvi motivi non abbia mai potuto amarlo come uomo, Giacometta sarà sempre devota alla sua memoria, proprio in virtù del rispetto con cui lui l'aveva sempre trattata ed onorata.
I duchi di
Gloucester
Alla corte inglese del giovane re Enrico VI sono tanti i facinorosi e gli ambiziosi ma durante una visita in Inghilterra in compagnia del primo marito, Giacometta avrà modo di rendersi conto che i timori del suo sposo riguardo a suo cognato il duca di Gloucester, sono tutt'altro che fantasie e manie di persecuzione.
Humprey Plantageneto (di Lancaster) ci viene descritto come un bell'uomo, colto, affascinante e soprattutto pienamente consapevole di esserlo.
Lui e suo fratello maggiore il duca di Bedford, detengono a pari merito il titolo di Lord Protector d'Inghilterra e pertanto governano assieme il paese.
Tutto questo in attesa della maggiore età del nipote divenuto sovrano a soli nove mesi di vita, a causa della morte improvvisa del padre re Enrico V, avvenuta a causa di una febbre tifoide che lo avrebbe ucciso presso Vincennes in Francia, dove allora si trovava in campagna militare.
I due fratelli avevano pertanto deciso di spartirsi i compiti: il duca di Bedford che era sicuramente il più ferrato in attività militari, avrebbe governato le terre inglesi in Francia, mentre Humprey di natura più intellettuale, si sarebbe occupato della politica interna restando accanto al nipote.
I due fratelli però non erano certo da soli; il potente cardinale Henry Beaufort (zio dei due duchi in quanto fratellastro del loro padre, re Enrico IV) era parte quanto loro del consiglio di reggenza, quindi altrettanto determinante nelle decisioni riguardanti la politica.
Col tempo però l'ambizione del duca di Gloucester era divenuta sempre più evidente, specie quando ebbe modo di rendersi conto che il nipote era un ragazzo dalla natura buona, fiduciosa e facilmente influenzabile. Da qui a ritenere di poterlo tranquillamente sostituire, il passo fu breve.
Approfittando del fatto di essere a stretto contatto con il ragazzo, lo zio cerca di manipolarlo a suo favore contro tutto e tutti. Nel mentre, cerca di avere lui stesso una discendenza preferibile ad un re mollaccione.
All'inizio Humprey di Gloucester contrae matrimonio con Giacomina di Hainaut, unione servita solo ad incrementare la ricchezza e potenza del duca.
Infatti quando la donna in seguito (molto più grande di lui tra le altre cose) mette al mondo un figlio morto ed apparirà chiaro che non ve ne saranno altri, non si farà scrupolo a far annullare il matrimonio per sposare la giovane e bellissima dama di compagnia della ex duchessa, Eleanor Cobham.
Questa donna bellissima, elegantissima ma soprattutto ambiziosissima, Giacometta ha modo d'incontrarla durante il primo viaggio in Inghilterra ed ha subito modo di rendersi conto di quanto marito e moglie siano simili e parimenti pericolosi; per suo marito e soprattutto per il re.
Nel romanzo scopriamo che anche Eleanor fa uso di rimedi erboristici ed è familiare a pratiche stregonesche al fine di poter generare un figlio sano (la coppia pare ebbe un figlio maschio deceduto bambino e poi una femmina, che all'epoca non poteva assolutamente esser preferita ad un giovane re già sul trono) e contemporaneamente cercare di far morire il nipote acquisito.
Vi risparmio sulla fine fatta da questa diabolica coppia, perché non sarà una fine né onorevole, né eroica e nemmeno degna di particolare interesse. Basterà dirvi che alla lunga si scaveranno la fossa con le proprie mani, finendo vittime delle macchinazioni da loro stessi avviate.
I duchi di Gloucester: Eleanor Cobham e suo marito Humprey Plantagenet del casato di Lancaster.
I duchi di Gloucester: Eleanor Cobham e suo marito Humprey Plantagenet del casato di Lancaster.
Il secondo
matrimonio con
Richard Woodville
Alla morte di lord Bedford, Giacometta si trova in una condizione profondamente ambita per le donne della sua epoca: il suo defunto marito le ha lasciato un ingente patrimonio, il titolo di duchessa reale (quindi è la zia acquisita del re d'Inghilterra), ed avendo solo 19 anni, è ancora una donna giovane e desiderabile per il mercato matrimoniale.
I due anni di matrimonio con il duca tuttavia, la portano ad una risolutezza e ad una volontà di seguire una strada scelta da lei mai avuta prima. Una vera e propria maturazione psicologica. Consapevole che la sua famiglia terminato l'anno di lutto le avrebbe combinato senza dubbio un altro matrimonio, decide di prendere in mano il suo destino e sposare segretamente l'uomo che aveva sempre amato: Richard Woodville.
Richard Woodville è lo stalliere, lo scudiero, il braccio destro, praticamente il tuttofare del compianto duca di Bedford, e per ovvi motivi, trascorre quasi tutto il suo tempo con la giovane duchessa reale. Anzi sarà proprio grazie a lui che Giacometta imparerà ad amare l'Inghilterra come suo paese molto più della natìa Borgogna.
Il ragazzo però è ben consapevole della propria inferiorità sociale e rimarrà sempre al suo posto, almeno finché vivo il suo signore; ma dopo la morte di questi, frenare i sentimenti per la giovane vedova diverrà impossibile per entrambi.
Personalmente ritengo che questa sia una delle più belle storie d'amore di cui la Gregory ha narrato nei suoi romanzi storici . Richard è letteralmente quello che tutte noi donne immaginiamo come un vero cavaliere delle favole: è leale, è coraggioso, è devoto alla famiglia e alla patria; ha un fortissimo senso del dovere, dell'onore e cosa più importante di tutte, è innamoratissimo della nostra protagonista.
Non a caso, nel romanzo vi troviamo una breve parte scritta in corsivo nel suo punto di vista dove s'indentifica in un cavaliere errante alla ricerca della sua dama perduta, ossia Giacometta.
Non a caso, nel romanzo vi troviamo una breve parte scritta in corsivo nel suo punto di vista dove s'indentifica in un cavaliere errante alla ricerca della sua dama perduta, ossia Giacometta.
La quale per tutto il romanzo lo ricambierà con altrettanto ardore, dal primo incontro e per tutta la durata della loro vita.
Sono compagni, amanti e complici in pensieri, parole ed azioni. Una caratteristica davvero interessante del personaggio di Richard, è la TOTALE ACCETTAZIONE della natura di Giacometta.
Conosce i poteri della donna (d'altronde era sempre accanto a lei ed al defunto marito, così come sapeva il vero motivo per cui il suo signore l'aveva sposata) e pur non comprendendoli, li accetta. Ecco cosa lo rende non dico straordinario, ma semplicemente unico, tra tutti i personaggi maschili della Gregory.
Richard ama Giacometta come una donna, e la accetta completamente e totalmente per quella che è. Non vuole cambiarla, non cerca di oscurarla, non la opprime, non frena i suoi poteri. Anche se spesso la natura di sua moglie è fonte di preoccupazioni per lui, dato che potrebbe metterla in pericolo, non la rimprovera, non la calpesta, non le chiede di desistere.
Non dimostra nemmeno di essere un uomo dipendente da lei; i due spesso vengono separati, e lui dimostrando di cavarsela benissimo in ogni situazione,spesso ascolta il consiglio della moglie e si fida delle sue intuizioni. Rivelando di avere la capacità e la maturità di capire dove può e dove non può arrivare.
Per queste ragioni Giacometta senza ricorrere alla magia, senza voler conoscere anticipatamente il futuro, ma guidata solo dall'istinto e dalla sua capacità di sentire oltre lo scibile umano, prima del termine dell'anno di lutto rimarrà gravida di Richard al fine di obbligarlo a sposarla (lui non avrebbe mai preso una simile decisione senza un pesante incentivo, data la paura d'impoverirla e farla incorrere nelle ire del re) poiché ben determinata ad affrontare le conseguenze che tale decisione comporterà.
Quando penso a come dovrebbero essere fatte due anime gemelle, mi vengono sempre in mente Richard Woodville e Giacometta di Lussemburgo.
Litografia settecentesca (colorata) che rappresenterebbe Richard Woodville, ma molto più probabilmente ritrae suo figlio Anthony Woodville conte di Rivers, secondo l'immaginario dell'epoca.
Litografia settecentesca (colorata) che rappresenterebbe Richard Woodville, ma molto più probabilmente ritrae suo figlio Anthony Woodville conte di Rivers, secondo l'immaginario dell'epoca.
Re Enrico VI
d'Inghilterra
Uno dei personaggi più importanti con cui Giacometta si troverà ad interagire sarà per l'appunto il giovane re Enrico VI d'Inghilterra.
Questo personaggio si può dire sia stato in qualche modo la pietra angolare di quasi tutti gli eventi che la nostra protagonista ha vissuto.
Shakespeare al suo tempo scrisse una tragedia su di lui, ed effettivamente, non conosco altro modo per sintetizzare la vita di questo re: una tragedia nel vero senso della parola.
Nato in uno dei contesti storici più guerrafondai d'Europa, è l'unico figlio lasciato dal re guerriero Enrico V d'Inghilterra e dalla regina francese Caterina di Valois, la quale dopo la morte del marito, non si farà alcuno scrupolo ad affidare l'unico figlio di appena nove mesi alla tutela esclusiva degli zii paterni e del pro zio cardinale. La donna poi fugge dalla corte e finisce per convolare a nozze con il suo ex guardarobiere gallese, Owen Tudor.
Le aspettative riposte su questo ragazzo sono obiettivamente qualcosa di insopportabile; tutti in lui si aspettano una versione in miniatura del padre, un giovane uomo che concluda l'opera paterna che al momento prevede solo il nord della Francia sotto il controllo inglese. Purtroppo la verità è che Enrico VI d'Inghilterra non è nulla di tutto questo.
Nato con una fervente e profonda devozione religiosa, dovuta anche a causa della pesantissima educazione ricevuta e sicuramente anche dalla manipolazione psicologica subita dallo zio e da chiunque si occupasse direttamente di lui, finisce per maturare un carattere buono. Egli però è incline al terrore, diffidente, amabile ma emotivamente gelido, e cosa ancora più grave, totalmente incapace di gestire un paese in pace, figurarsi uno in guerra.
D'altronde a ben pensarci come avrebbe mai potuto essere diverso? Tra lo zio chioccia (il duca di Bedford) lo zio manipolatore (il duca di Gloucester) e il pro zio maniaco del controllo (il cardinale Beaufort) nessuno gli aveva mai permesso di gestire nulla da solo. Col risultato che re Enrico era un giovane incapace di decidere per se stesso, meno che mai per qualcun altro.
Dal primo incontro avuto con lui, Giacometta anche grazie alle proprie magiche intuizioni, ha modo di rendersi conto della fragilità fisica ma soprattutto psicologica di questo ragazzo e di come questi sia destinato ad essere una rovina per se stesso in primis, ed in secondo luogo per il regno.
La sua profonda inettitudine sarà di fatto la vera causa di quella che storicamente è conosciuta come “La guerra delle due rose” (anche se in Inghilterra tale conflitto è chiamato la guerra dei cugini dato che i nobili che la combatterono erano tutti imparentati strettamente tra loro).
Personalmente ritengo che oltre all'incapacità generale di questa “rovina d'uomo” a decretarne la fine furono determinanti sicuramente il matrimonio con Margherita d'Angiò avvenuto nel 1445 (e quindi la conseguente presa di potere da parte di lei) ed il collasso psicofisico dello stesso Enrico avvenuto tra il Luglio e l'Agosto del 1453, che avrebbero portato la moglie e il casato dei Plantageneti di York alla rottura finale.
Infatti dopo aver appreso della perdita di tutti i possedimenti francesi che suo padre aveva faticosamente conquistato (tranne il porto di Calais), il re era caduto in un vero e proprio stato catatonico durato ben 17 mesi.
Storicamente parlando, tale deficit mentale (Enrico era sempre stato un tipo assente e perennemente stranito) lo avrebbe ereditato dal nonno materno, re Carlo VI di Francia che ebbe quasi i medesimi problemi del nipote.
Ad ogni modo durante i mesi di collasso, il re non sembrava né vivo né morto, ma solo addormentato; e quando si riprese, ormai il suo stato di totale demenza era divenuto di fatto incontrovertibile. Il regno di re Enrico VI d'Inghilterra era di fatto terminato.
Storicamente parlando, tale deficit mentale (Enrico era sempre stato un tipo assente e perennemente stranito) lo avrebbe ereditato dal nonno materno, re Carlo VI di Francia che ebbe quasi i medesimi problemi del nipote.
Ad ogni modo durante i mesi di collasso, il re non sembrava né vivo né morto, ma solo addormentato; e quando si riprese, ormai il suo stato di totale demenza era divenuto di fatto incontrovertibile. Il regno di re Enrico VI d'Inghilterra era di fatto terminato.
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| Re Enrico VI d'Inghilterra |
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| Re Enrico VI d'Inghilterra |
Ritratto di re Enrico V d'Inghilterra, il coraggioso re guerriero che riuscì a conquistare il nord della Francia durante la guerra dei cento anni.
Ritratto di stampo medievale della regina Caterina di Valois, moglie di re Enrico V e madre di re Enrico VI. Dopo la morte del primo marito fuggì dalla corte e sposò il suo guardarobiere gallese Owen Tudor, dal quale ebbe i figli Edmund e Jasper Tudor.
Enrico VI successivamente riconobbe questi due fratellastri, e conferì loro i titoli di conte di Richmond ad Edmund, e conte di Pembroke a Jasper.
La regina
Margherita d'Angiò
ed Edoardo
di Lancaster,
principe di Galles
Margherita d'Angiò
ed Edoardo
di Lancaster,
principe di Galles
Figura emblematica e di difficile interpretazione è sicuramente quella di Margherita d'Angiò, la moglie di re Enrico VI. Giacometta l'incontra per la prima volta in Francia, come parte dell'ambasceria guidata dal marchese di Suffolk per scortare la principessa francese in Inghilterra.
Il matrimonio fu il risultato di un compromesso raggiunto con il re di Francia, dato che Margherita era sua nipote, ma l'unione non comportò alcuna dote visto che il padre di Margherita vantava i titoli solo prettamente nominali di re di Gerusalemme, re di Napoli e re di Aragona, Sicilia, Maiorca e Minorca. Praticamente era un re senza soldi, senza castelli e senza terre.
Inutile dire che questa scelta voluta dai consiglieri di Enrico non piacque affatto a molti nobili del parlamento inglese, visto che una principessa munita di dote rappresentava comunque un alleggerimento dalle tasse che i nobili inglesi pagavano regolarmente per mantenere l'esercito in guerra contro la Francia.
La scelta di Giacometta come parte del comitato di accoglienza fu dovuta principalmente al fatto che essendo madrelingua francese avrebbe potuto intendersi bene con la giovane regina, mentre per il suo esser quasi coetanea avrebbe potuto carpirne facilmente la confidenza. In ultimo, ma non meno importante, essendo stata una duchessa reale avrebbe potuto aiutarla ad integrarsi meglio nella corte inglese.
Ed infine dulcis in fundo, la sorella di Giacometta, Isabella del Lussemburgo, aveva sposato uno zio paterno di Margherita. Pertanto le due erano anche mezze imparentate.
La pensata si rivela giusta infatti tra Margherita e Giacometta s'instaura da subito un legame forte, simbiotico, una vera e propria sorellanza. Margherita almeno nel romanzo, è una dei pochissimi a conoscere le abilità stregonesche di Giacometta (le chiederà addirittura di farle le carte il giorno del matrimonio) ma non ne farà mai parola con nessuno. Neanche quando le due purtroppo dovranno per forza di cose, diventare nemiche. Questo però lo vedremo nei romanzi successivi della saga.
Ed infine dulcis in fundo, la sorella di Giacometta, Isabella del Lussemburgo, aveva sposato uno zio paterno di Margherita. Pertanto le due erano anche mezze imparentate.
La pensata si rivela giusta infatti tra Margherita e Giacometta s'instaura da subito un legame forte, simbiotico, una vera e propria sorellanza. Margherita almeno nel romanzo, è una dei pochissimi a conoscere le abilità stregonesche di Giacometta (le chiederà addirittura di farle le carte il giorno del matrimonio) ma non ne farà mai parola con nessuno. Neanche quando le due purtroppo dovranno per forza di cose, diventare nemiche. Questo però lo vedremo nei romanzi successivi della saga.
Ora se da una parte, almeno all'inizio, mi sono sentita portata sicuramente a provare simpatia per questo personaggio, dall'altra nel corso della lettura, lo vediamo scendere direttamente in un inferno senza strada di ritorno.
Il percorso di Margherita d'Angiò si rivela parallelo a quello di Giacometta ma in senso del tutto opposto. Se da una parte la nostra signora dei fiumi affinerà sempre di più la sua saggezza fino a diventare una nobildonna di nome e di fatto, Margherita invece passa da ragazzina buona e un po' viziata, ad una donna crudele e sanguinaria, che difficilmente riesce a smuovere l'empatia di un lettore.
Non che la principessa francese non goda di attenuanti; il matrimonio con re Enrico che all'inizio era partito benissimo, si rivelerà con gli anni una lunga e lenta agonìa che la trascinerà sempre più verso il basso e sempre più verso delle scelte una più sciocca e discutibile dell'altra.
Per cominciare si passa a una spregiudicata ed insensata scelta di favoriti del tutto incompetenti nella gestione delle terre inglesi in Francia, poi all'esasperato favoritismo sia in termini di terre che di titoli, nei confronti di nobili che avevano come unico merito l'esser simpatici alla coppia reale (più simpatici a lei che a lui, anche se dobbiamo dire che Giacometta e Richard in questo caso ne beneficeranno, ma almeno nel loro caso meritatamente) ed infine all'ostile ed insensata presa di posizione della regina contro il casato dei Plantageneti di York, cugini di sangue reale del re con indiscutibili diritti di successione.
Margherita farà di tutto per escludere aprioristicamente gli York da ogni incarico politico, meritevoli o meno. Favorisce solo i membri del casato di Lancaster (quasi tutti suoi amici), i parenti stretti dei Lancaster, e poi i suoi favoriti, primo fra tutti Edmund Beaufort il duca di Somerset (che era comunque un Lancaster anche lui).
In tutto questo Enrico si limiterà ad assecondare la moglie, quasi incredulo di aver trovato una persona felice di prendere decisioni al posto suo, ma mentre avviene questo ridicolo teatrino, re Enrico a causa dell'incompetenza degli uomini scelti da lui e dalla moglie perdono tutti i feudi in Francia, uno per uno.
Nemmeno a livello dinastico le cose procedono bene; a causa della pesantissima e rigorosissima educazione religiosa ricevuta, e dei continui ammonimenti dettati dal suo confessore personale, Enrico non riesce ad essere un marito per Margherita, limitandosi a contatti perlopiù forzati, nonostante provi un sincero affetto per la moglie.
Senza contare che l'indole passionale e focosa di lei si scontra con la gelida freddezza di lui, determinando l'assenza di eredi e peggiorando ancora di più la precaria reputazione della coppia reale.
A parte i comprensibilissimi problemi coniugali, il personaggio di Margherita ad un certo punto risulta essere profondamente fastidioso, almeno per la sottoscritta. Si rivela quella classica persona testarda, ostinata ed arroccata sulle proprie convinzioni che si rifiuta di vedere e capire altro.
Non le interessa minimamente degli inglesi, infatti non fa gran mistero di ritenere i francesi migliori sotto ogni aspetto. Fastidiosa quando definisce l'Inghilterra il suo paese ma non in senso affettivo, ma inteso come un senso di proprietà quasi come se in qualche modo l'essere regina la rendesse padrona degli inglesi a prescindere. Un simile modo di pensare può essere anche il frutto di una certa educazione ricevuta, ma senza dubbio la fa peccare di scarsissima lungimiranza.
Ancora più ammorbante è la sua sbrodolata passione per il bel cortigiano Edmund Beaufort (lontano cugino di suo marito) che per carità, giovane, bello, elegante tutto quello che si vuole, ma che di fatto si rivela sempre e comunque un incompetente che palesemente sfrutta “l'amicizia” della regina e la vicinanza col re, per fare la sua politica ed i suoi interessi. Fallimentari per giunta.
Giacometta da questo punto di vista pecca di scarsa chiarezza e determinazione nell'ammonire l'amica per le scelte che compie, ma mi rendo conto io per prima che è difficile essere sincera con una donna come Margherita, dalla quale tra l'altro, dipende l'intera sopravvivenza della famiglia Woodville. Giacometta e Richard avevano messo al mondo ben quattordici figli ed effettivamente a livello economico l'amicizia della famiglia reale era tutto ciò che potevano offrire alla propria prole.
Margherita ripeto dal canto suo, non vede e non sente niente. Non fa una sua politica, segue quella di Edmund Beaufort e più lui fallisce e più lei gli dà fiducia. È innamorata del bel duca (non serve una laurea per capirlo), ricambiata, almeno così sembra (lui è sposato con figli) ma a tutto c'è un limite. Semplicemente esasperante.
In questo guazzabuglio politico, umano e sentimentale nasce il figlio di Re Enrico VI e di Margherita d'Angiò: Edoardo di Lancaster, principe di Galles.
La nascita di questo bambino è avvolta nel mistero; la Gregory lascia letteralmente una porta aperta alla libera interpretazione che si vuol dare riguardo alla paternità del piccolo.
Storicamente parlando, erano effettivamente in molti a dubitare del fatto che il principe Edoardo fosse davvero figlio del re proprio perché l'incapacità amatoria di questi era ben nota a tutti.
C'è comunque da sottolineare per correttezza storica, che sicuramente faceva molto più comodo ritenerlo un figlio illegittimo, dato che tale situazione avrebbe ulteriormente spianato la strada alla propaganda yorkista verso la successione.
A distruggere definitivamente la traballante situazione, poco tempo dopo la nascita del bambino, il re, appresa la notizia della perdita di tutte le terre inglesi in Francia (nel romanzo re Enrico contemporaneamente alla brutta notizia assiste ad una chiara dimostrazione d'amore fra Edmund Beaufort e la moglie) cadrà in uno stato di catalessi e al suo risveglio a malapena riconoscerà la moglie, men che meno il figlio di neanche due anni. Comunque ufficialmente il principe Edoardo viene riconosciuto perché cosi viene imposto al padre (ormai completamente demente) di fare.
Quando realizza che ormai suo marito di fatto non esiste più, Margherita sempre dietro guida del suo sconsiderato amante/amato si ostina a portare avanti una guerra senza quartiere contro gli York ed il suo scopo è quello di divenire reggente per conto del figlio. Un gesto che dimostra la totale assenza di realismo del personaggio.
All'epoca dei fatti narrati gli inglesi sono un popolo profondamente maschilista e decisamente nazionalista (peculiarità che dimostrano ancora oggi) e l'idea di essere controllati da una donna francese con un carattere tutt'altro che assimilabile alla stereotipata brava moglie inglese, spiana la strada al duca di York e seguaci che ormai non fanno più mistero di volere il trono, iniziando così una vera e propria guerra armata.
Margherita non si fermerà davanti a niente e nessuno pur di vincere questo scontro e lo dimostrerà in diverse occasioni facendo un torto persino a Giacometta oltre a non preoccuparsi minimente delle vittime inglesi che miete durante la sua scalata al trono, arrivando ad assoldare selvaggi e sanguinari mercenari scozzesi.
In un contesto del genere, inevitabilmente suo figlio Edoardo finisce per assimilare questi comportamenti, rivelandosi già da piccolo dotato di un'indole sadica e decisamente preoccupante. La regina francese, ormai chiamata semplicemente “la lupa” è sempre più lontana da quelli che dovrebbero essere i suoi sudditi.
Il romanzo termina con una temporanea disfatta di Margherita e la presa del trono da parte del casato di York, mentre lei fugge in Scozia per reclutare altri uomini e farsi mandare degli aiuti dai parenti francesi. Sarà l'ultima volta che lei e Giacometta si vedranno prima che le loro strade prendano due direzioni nettamente opposte. Questa volta per sempre.
Sicuramente l'unica dote apprezzabile del personaggio di Margherita d'Angiò è il coraggio e l'indomita forza con cui cerca di raggiungere i propri obiettivi quasi a ciclo infinito, incapace di arrendersi, dote che verrà definitivamente fuori dopo che il suo amato, il duca di Somerset, finisce ucciso dagli York in battaglia.
Psicologicamente parlando, la morte di Somerset sarà l'avvenimento che desterà in lei la regina degli Inferi, soppiantando definitivamente l'ingenua Persefone/Kore portata in scena fino a quel momento. Una discesa verso l'inferno che finirà solo con la morte di suo figlio Edoardo di Lancaster.
Particolare della regina Margherita d'Angiò di un'immagine medievale.
Particolare della regina Margherita d'Angiò di un'immagine medievale.
Litografia settecentesca del principe di Galles Edoardo di Lancaster, secondo l'immaginario dell'epoca.
Immagine medievale di Edmund Beaufort, duca di Somerset (l'uomo a sinistra) il favorito della regina Margherita d'Angiò.
Il casato di York
Non perderò pagine e pagine a spiegare chi sono, chi non sono e le complicate implicazioni storiche e politiche che portarono i Plantageneti di York a poter davvero pensare di poter ottenere il trono inglese.
Vi dirò soltanto per amor di chiarezza, che a livello dinastico tutto iniziò
da Re Edoardo III Plantageneto
Ritratto di Re Edoardo III, che con la sua politica matrimoniale volta a sistemare i nipoti con i principali nobili d'Inghilterra, favorì sia pur involontariamente, la guerra delle due rose.
da Re Edoardo III Plantageneto
(Plantagenet era il cognome della casata reale,il cui significato era la pianta della ginestra, la planta genista in latino. Particolarità di suddetta pianta era la capacità di attecchire in tutte le condizioni climatiche e territoriali)
che ebbe dalla regina Filippa di Hainaut un totale di cinque figli maschi arrivati all'età adulta e che poco prudentemente, fece sposare con quasi tutti i nobili di terra britannica, nipoti compresi, creando una serie infinita di nobili potenziali eredi al trono:
Il ramo del figlio primogenito (Edoardo il principe di Galles) si esaurì subito con la morte del di lui unico figlio, Re Riccardo II.
Il ramo del figlio secondogenito (il principe Lionello duca di Clarence) ebbe una sola erede legittima, Lady Filippa, la cui discendenza femminile finì per confluire nel casato dei Plantageneti di York grazie a dei matrimoni tra cugini).
Il ramo del figlio terzogenito (il principe Giovanni duca di Lancaster) aveva dato vita appunto al casato reale di Lancaster iniziato con re Enrico IV, poi re Enrico V ed infine re Enrico VI con suo figlio Edoardo il principe di Galles.
Ritratto del principe Giovanni Plantageneto duca di Lancaster, egli era il bis nonno di re Enrico VI
Ritratto del principe Giovanni Plantageneto duca di Lancaster, egli era il bis nonno di re Enrico VI
Dal ramo del figlio quartogenito (il principe Edmondo duca di York) era sopravvissuta una linea maschile di duchi reali che si chiamavano appunto Plantageneti del casato di York (avendo lo stesso cognome si differenziavano per i titoli che possedevano).
Particolare di un'immagine medievale ritraente il principe Edmondo duca di York. Egli era il bis nonno del pretendente yorkista Riccardo Plantageneto il duca di York.
Dal ramo del figlio quintogenito (il principe Tommaso duca di Gloucester) era sopravvissuta solo una linea di sangue femminile che era confluita nella famiglia Stafford, i duchi di Buckingham. Questi per quanto duchi con ascendenza reale, non erano Plantageneti, e quindi contavano meno degli altri. Comunque in ogni caso, erano discendenti dall'ultimo figlio del re.
Immagine medievale del principe Tommaso Plantageneto duca di Gloucester. (Il duca è l'uomo vestito in blu al centro della stanza.)
Ora comprenderete perché il duca di York poteva rivendicare il trono per se stesso, (discendeva da ben due figli maschi di re Edoardo III: Il principe Lionello duca di Clarence da parte di madre ed il principe Edmondo duca di York da parte di padre) e gli altri nobili per quanto imparentati, al massimo potevano permettersi di appoggiarlo o combatterlo a seconda di come conveniva loro.
Almeno teoricamente gli York con i loro alleati e familiari sarebbero “gli antagonisti” della storia.
Sono tali perché non dobbiamo dimenticare che la storia viene raccontata dal punto di vista di Giacometta, la quale (almeno fino alla fine del libro) sarà sempre filo lancastriana. Vuoi per il suo primo matrimonio, vuoi per la lealtà del marito, vuoi per la parentela acquisita con re Enrico VI, vuoi per la fortissima amicizia con la regina Margherita, il suo punto di vista è sempre, dichiaratamente e palesemente dalla parte dei Lancaster.
Commovente in certe scene come Giacometta nonostante ormai la regina Margherita si stia comportando come la lupa in cui viene soprannominata, la sua lealtà e quella del marito rimane sempre inossidabile. La stessa Giacometta la giustifica a se stessa e agli altri con mille scusanti.
Ciò che non ho potuto fare a meno di notare è che in questo romanzo gli York (intendo i membri di questo casato) non esistono. Mi spiegherò meglio. Il duca di York, suo nipote acquisito il conte di Warwick e tutti gli altri praticamente non appaiono. Non vengono nemmeno descritti fisicamente. Non li senti parlare, non li senti esprimere opinioni e non agiscono direttamente nelle varie scene ma solo e soltanto tramite racconti altrui e per interposta persona.
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| Lady Cecilia Neville, duchessa di York |
Sinceramente questo fatto mi ha un po' delusa soprattutto per quanto riguarda il personaggio del duca di York che almeno in teoria, sarebbe il fulcro della guerra delle due rose, visto che prima cerca di ottenere la reggenza durante l'infermità di re Enrico, e poi palesemente sfrutta la nuova situazione per puntare lui stesso al trono per divenire sovrano. Invece il duca non si vede. Nemmeno si sente.
Tutto quello che fa o dice nel romanzo ci viene riferito da altri e le sue azioni sono sempre raccontate da altri. Non hai un riscontro diretto col personaggio. Non so se tale ambiguità sia stata voluta dall'autrice per mettere maggiormente in contrasto la figura del duca con quella di suo figlio Edoardo, conte di March che sarà effettivamente colui che diventera' re al posto di Enrico VI. Quasi a voler sottolineare la concretezza della figura del figlio, con l'evanescenza e l'ambiguità delle azioni paterne. Ma le mie in questo caso son solo supposizioni.
Tuttavia considerando che si tratta pur sempre del padre del futuro re Edoardo IV nonché precursore del casato di York sul trono d'Inghilterra, la Gregory avrebbe potuto sforzarsi di descriverlo almeno un pochino.
Paradossalmente è più sua moglie la duchessa Cecilia, ad avere maggiore risalto rispetto al consorte.
Questo è l'unico libro dove abbiamo la concreta possibilità di confrontarci con il duca di York, visto che viene ucciso dai soldati mercenari scozzesi della regina Margherita nella battaglia di Wakefield, dove perde la vita con lui anche il figlio secondogenito, Edmondo conte di Rutland (di diciassette anni) pugnalato a morte. Non posso dire a questo punto che il personaggio mi piaccia o non piaccia, proprio perché la sua presenza è non pervenuta.
Questo è l'unico libro dove abbiamo la concreta possibilità di confrontarci con il duca di York, visto che viene ucciso dai soldati mercenari scozzesi della regina Margherita nella battaglia di Wakefield, dove perde la vita con lui anche il figlio secondogenito, Edmondo conte di Rutland (di diciassette anni) pugnalato a morte. Non posso dire a questo punto che il personaggio mi piaccia o non piaccia, proprio perché la sua presenza è non pervenuta.
Anche la loro morte non la vediamo da vicino, ma sempre per sentito dire da altri personaggi.
È il macabro trattamento riservato loro post mortem dalla regina Margherita, ad essere accuratamente descritto, che porta ad alimentare ancora di più il rifiuto del lettore verso la causa lancastriana.
Posso però comprendere che trattandosi di una storia dal punto di vista di Giacometta le occasioni d'incontro con il duca di York potrebbero essere state rare, ma non credo proprio che la donna non lo abbia proprio mai visto come lascia intendere qui. Pazienza.
Giacometta nel romanzo interagisce sia pure per poco, solo con il conte di Warwick, nipote acquisito del duca (era figlio del fratello della moglie) ed ha occasioni di confronto con la duchessa Cecilia di York. Una sola volta discute con i nobili yorkisti.
L'incontro davvero importante però lo avremo in una scena dove Giacometta incontra il diciottenne figlio primogenito del duca, citato poc'anzi: Edoardo conte di March.
Questo incontro sarà determinante per le sorti della guerra ma soprattutto per il futuro stesso di Giacometta, la quale non si sa se per istinto materno, (Edoardo ha la stessa età di suo figlio Anthony) o per intuizione stregonesca, prova un'inspiegabile ed immediata simpatia per il ragazzo. Il quale da parte sua, non sembra animato al cento per cento dalla furia guerresca tra i Lancaster e gli York, mostrando una sorta di spiraglio di umanità verso gli avversari, cosa che purtroppo non sembra vedersi per gli altri suoi parenti ed alleati.
Indubbiamente l'incontro con il giovane Edoardo di March anche se breve, rivela una figura più di impatto oltre che maggiormente raziocinante rispetto a quella dell'evanescente padre e dei rabbiosi alleati; portando il lettore ad empatizzare immediatamente con la fazione yorkista da lui stesso rappresentata, che si contrappone sempre più positivamente a quel carrozzone di spostati a cui sembra essersi ridotto il casato di Lancaster.
Edoardo conte di March, divenuto re Edoardo IV d'Inghilterra dopo aver sconfitto il casato di Lancaster nella battaglia di Towton, subentrando a re Enrico VI. Diventerà il secondo genero di Giacometta grazie al matrimonio con sua figlia Elisabetta Woodville.
Edoardo conte di March, divenuto re Edoardo IV d'Inghilterra dopo aver sconfitto il casato di Lancaster nella battaglia di Towton, subentrando a re Enrico VI. Diventerà il secondo genero di Giacometta grazie al matrimonio con sua figlia Elisabetta Woodville.
Infatti a fine romanzo il confronto tra le due case reali è divenuto imbarazzante ed il lettore viene naturalmente portato a desiderare la fine dei Lancaster e l'ascesa degli York.
Nel romanzo tale intrinseco desiderio, viene alla fine personificato dallo stesso Richard Woodville, marito di Giacometta, che comincia a rendersi conto prima debolmente, poi sempre più consapevolmente, che al punto in cui si è arrivati non è più possibile appoggiare i Lancaster, sia pur a malincuore. Giacometta che all'inizio non sembra voler cedere, alla fine si vedrà costretta a dar ragione a suo marito.
La figlia Elisabetta,
il figlio Anthony
e gli altri.
il figlio Anthony
e gli altri.
Giacometta e Richard avranno in totale quattordici figli. Nel romanzo in ordine di nascita sono:
Elisabetta (la figlia volutamente concepita da Giacometta per spingere Richard a sposarla), Lewis, Anne, Anthony, Mary, John, Richard, Jacketta, Martha, Eleanor, Lionel, Margaret, Edward e Katherine.
Nel romanzo ad essere approfonditi maggiormente sono il rapporto tra Giacometta e la figlia Elisabetta (la figlia del desiderio) ed il figlio Anthony, in quanto erede della loro famiglia (Il figlio Lewis decede all'età di dodici anni a causa di una misteriosa malattia, in un capitolo molto doloroso ma toccante al tempo stesso).
Sarà attraverso loro che Giacometta avrà modo di rendersi conto del fortissimo legame tra lei stessa, la sua famiglia e la dea Melusina. La dea risulta essere collegata a tutti i suoi figli e parenti diretti, ed il legame forte con essa si manifesta in tutto ciò che li riguarda. Infatti la nostra protagonista intuisce che l'erede della sua magia è proprio la figlia Elisabetta, esattamente come tanti anni prima la Demoiselle l'aveva vista in lei.
Elisabetta Woodville, qui ritratta come regina consorte d'Inghilterra, sposata a re Edoardo IV. La donna a 18 anni aveva sposato il suo primo marito sir John Grey, dal quale aveva avuto i due figli Thomas e Richard Grey. Rimase vedova poco dopo la nascita del secondogenito,in quanto suo marito fu ucciso nella battaglia di Sant'Albans dalle truppe yorkiste (all'epoca la famiglia di Elisabetta appoggiava i Lancaster e solo dopo la sconfitta definitiva a Towton i Woodville furono costretti a cambiare fazione). Dopo quattro anni di vedovanza, conobbe di persona re Edoardo IV che poi sposò.
Elisabetta Woodville, qui ritratta come regina consorte d'Inghilterra, sposata a re Edoardo IV. La donna a 18 anni aveva sposato il suo primo marito sir John Grey, dal quale aveva avuto i due figli Thomas e Richard Grey. Rimase vedova poco dopo la nascita del secondogenito,in quanto suo marito fu ucciso nella battaglia di Sant'Albans dalle truppe yorkiste (all'epoca la famiglia di Elisabetta appoggiava i Lancaster e solo dopo la sconfitta definitiva a Towton i Woodville furono costretti a cambiare fazione). Dopo quattro anni di vedovanza, conobbe di persona re Edoardo IV che poi sposò.
Elisabetta esattamente come la madre all'inizio del romanzo, appare come in un processo in itinere, nel senso che non ha la personalità chiara e ben definita che vedremo nei romanzi successivi. Personalmente qui non è che mi abbia colpito troppo favorevolmente.
Viene descritta come una ragazza semplicemente stupenda che eclissa completamente in eleganza e bellezza le altre sette sorelle minori. Piena di fascino e di buon carattere (come imposto dagli standard dell'epoca), rivela come unica nota davvero positiva il profondo interesse per la magia ed il voler apprendere le pratiche che la madre intende insegnarle. Nonostante sembra voglia farlo proprio perché pensi di utilizzarle per convenienza personale, e mi spiace dirlo, ma non dimostrerà nemmeno in futuro, un decimo della saggezza della madre.
Ha interessi semplici, come la cotta per sir John Grey, poi il matrimonio, le due gravidanze da cui nascono prima il figlio Thomas Grey e poi il figlio Richard Grey, i contrasti con la suocera..sinceramente niente di davvero rilevante, a tratti forse pure un po' scontata.
Se non avessi letto i libri successivi, l'avrei ritenuta poco più che una bambina cresciuta, passatemi l'espressione. Non appare minimamente all'altezza dei genitori.
Quando poi alla fine del romanzo Giacometta intuisce che la straordinaria bellezza ed il fascino della figlia (ormai vedova) hanno fatto breccia nel cuore del nuovo re Edoardo IV (tra l'altro lui cinque anni più giovane di lei), vien quasi da provar fastidio. Come quando vedi la classica ragazza bellissima ed ingenuotta attrarre a sé il miliardario belloccio di turno (roba che non ti fa pensar bene manco di lui alla fine). Vi assicuro però che nei libri successivi questa ragazza si riprenderà alla grande in termini di personalità.
Molto più elegante e dignitosa è la figura del figlio Anthony, che appare come una versione migliorata del padre: intelligente, bello, maturo, riflessivo, intellettuale e coraggioso oltre che eccezionalmente devoto alla famiglia; specie considerando la giovane età. Mai fuori posto in ogni situazione, è sempre adeguato nei modi e nei toni, persino quando è arrabbiato. Ad ogni modo avremo modo di vederlo molto più approfonditamente nei romanzi successivi ma non aspettatevi cadute di stile, perché non ne avrà.
Considerazioni
finali
Partendo dal presupposto che questo è uno dei libri della Gregory che ho amato di più in assoluto, cercherò di spiegarne esaustivamente i motivi:
Scorrevolezza di lettura: Non so se dare il merito alla Gregory, alla Deppish o a tutte e due, ma sta di fatto che la lettura del romanzo procede scorrevole, senza intoppi linguistici e senza rallentamenti esagerati o salti temporali inspiegabili. Semplicemente fila.
Inoltre, considerando che si tratta di un libro che parla tendenzialmente di avvenimenti di guerra, il pericolo di scivolare nel noioso (soprattutto per chi come me non ama particolarmente i dettagli sulle strategie di combattimento) è molto alto; ma in questo caso viene schivato alla grande. Le descrizioni relative alle strategie di guerra ci sono, ma sono chiare e non prolisse da perderci dei capitoli. Le vicende procedono con ritmo regolare e piacevole.
Il messaggio: questo libro parla delle donne. Parla del loro vero essere, del loro mondo interiore a 360 gradi e cosa ancora più importante in una chiave di lettura largamente condivisibile, che il lettore sia femminista o meno. Personalmente mi ha anche portata a meditare non solo sulle tante conquiste di genere ottenute, ma anche sulla tanta strada che noi donne abbiamo ancora da percorrere.
Fedeltà storica: Difficile in questo caso essere a favore o contro. Come spiegato dalla stessa Gregory in molti epiloghi dei suoi romanzi, trattare di vicende relative al periodo medievale si scontra spesso con la totale assenza di fonti. In questo caso trattandosi di un punto di vista femminile è ancora peggio, pertanto molto viene lasciato alla fantasia dell'autrice. Personalmente per quello che ho potuto verificare a livello personale, sembra che il principio di verosimiglianza tra la cronologia degli avvenimenti, il carattere dei personaggi e la cultura corrente del periodo in questione, sia stato pienamente rispettato.
Inoltre la Gregory alla fine di ogni suo romanzo, espone sempre la bibliografia di riferimento.
L'elemento della magia: Ci tengo particolarmente a trattare questo punto. Molti lettori potrebbero storcere il naso di fronte allo spregiudicato uso che la Gregory ha fatto del fattore della “magia” in questo romanzo, ma la stessa autrice ha detto di essersi ispirata al mito di Melusina (che era davvero la mitica antenata del casato di Lussemburgo) ed al fatto che la nostra signora dei fiumi subì realmente un inventatissimo processo per stregoneria (lo vedremo meglio nel romanzo “La regina della rosa bianca”).
All'epoca processare una donna per stregoneria era la soluzione politicamente più comoda e semplice per abbattere la reputazione e la credibilità di una famiglia avversaria. Nulla di nuovo sotto il sole d'Agosto quindi.
Quello che mi preme di più sottolineare è che in questo romanzo non si parla di magia alla Harry Potter con incantesimi e pozioni polisucco. Tutte le cose “magiche” che Giacometta fa nel romanzo non sono altro che lo specchio del panorama storico e culturale del suo tempo, dove DAVVERO il misticismo spesso la faceva da padrone.
La lettura dei tarocchi, l'interpretazione dei segni nel cielo e dell'acqua, il bracciale con i ciondoli grazie al quale ottiene risposte, la voce che sente della sua antenata quando qualcuno dei suoi familiari sta per morire, l'uso delle erbe; non c'è niente di ASSURDO o antistorico in quello che Giacometta fa, perché erano tutte cose che le donne dell'epoca dotate di un minimo di curiosità, di fascino per l'occulto o anche solo di un minimo di cultura (poco importa se ricevuta in famiglia o sui libri, ma di solito questo tipo di “conoscenze” si tramandava di madre in figlia) praticavano. Molte di queste credenze di fatto, sopravvivono ancora oggi in certi ambienti e famiglie.
Qualcuno potrebbe contestare le cosiddette "visioni" della protagonista. Tuttavia io personalmente ritengo che avere o meno una visione è totalmente legato ad un discorso personale e quindi non soggetto ad oggettivazione; ma in ogni caso la nostra intera cultura occidentale è permeata da questo tipo di misticismo, sempre comunque legato alle donne, poiché unici esseri viventi concepiti come fatti più di spirito che di puro raziocinio (almeno per il modo di ragionare dell'epoca).
Un esempio lampante? La Pizia di Delfi e la Sibilla Cumana tanto per citarne alcune. Per ulteriori dettagli consiglio di approfondire la figura della strega in epoca medievale.
Per concludere ritengo che al contrario, questa componente magico/mistica inserita dalla Gregory sia il vero motivo per cui vale la pena di leggere questo romanzo, che lo rende unico all'interno non solo della saga, ma del suo stesso genere: perché ti proietta non semplicemente all'interno della vicenda, ma all'interno del mondo in cui si animano le vicende.
Ti portano a sentirti un tutt'uno con il contesto, con i personaggi, con quel tempo di fatto ormai dimenticato per sempre, sopraffatti come siamo da una società odierna improntata su un fronte nettamente opposto.
E con questa ultima considerazione, spero di avervi definitivamente convinto.
Autore: MLG






























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