Recensione: La voce segreta
La voce
segreta
segreta
L'autrice
ed il target
di riferimento
Il romanzo di cui ci accingiamo a parlare oggi, è un lavoro della scrittrice Bianca Pitzorno e s'intitola “La voce segreta”.
Quest'autrice non ha certo bisogno di presentazioni ma per dovere di cronaca le farò ugualmente: Bianca Pitzorno è nata a Sassari nel 1942 (durante la seconda guerra mondiale, cosa da tenere bene a mente se si vogliono comprendere fino in fondo i suoi manoscritti) ed è considerata tra le più importanti autrici italiane per l'infanzia.
Si è occupata in passato di archeologia, di cinema, di teatro e di televisione. In totale ha scritto 35 romanzi per ragazzi, tutti di grande successo.
Questo manoscritto fa parte di quella che a me personalmente piace definire:
“una trilogia
interdipendente”.
Ovvero una serie di libri che non sono dipendenti tra loro a livello di trama ma che anzi, presentano storie che possono essere lette in totale autonomia l'una dall'altra, non generando nel lettore alcuna confusione. Tuttavia presentano caratteristiche e personaggi in comune che ritroveremo di volta in volta.
“una trilogia
interdipendente”.
Ovvero una serie di libri che non sono dipendenti tra loro a livello di trama ma che anzi, presentano storie che possono essere lette in totale autonomia l'una dall'altra, non generando nel lettore alcuna confusione. Tuttavia presentano caratteristiche e personaggi in comune che ritroveremo di volta in volta.
La “trilogia” in questione è: “La voce segreta” poi “Ascolta il mio cuore” ed infine “Diana, Cupido ed il Commendatore”.
Infatti sono scritti che fanno parte della letteratura per l'infanzia ed in questa recensione mi propongo di farveli scoprire, al fine di poter far conoscere alle nuove generazioni questo mondo quasi dimenticato.
Nel particolare questa serie di romanzi è strutturata per un pubblico di bambini in fase di crescita. Infatti il primo di cui parleremo oggi è per bambini fino agli 8 anni, il secondo per bambini dai 10 anni in su ed il terzo per un pubblico fino ai 12 anni.
![]() |
| Copertina del romanzo di Arnoldo Mondadori Editore S.p.A. |
Il contesto storico
e culturale di
e culturale di
riferimento
Al fine di permettere una totale comprensione del libro, è necessario fare un appunto fondamentale.
Il contesto storico in cui si anima la vicenda risale al secondo dopoguerra, in un'Italia fondamentalmente distrutta, più precisamente in Sardegna, terra natale dell'autrice.
I protagonisti di questi libri sono tutti membri di famiglie di ceto alto e medio borghese che rappresentano lo specchio di un Paese che ha tanta, tantissima voglia di ripartire. Lo si percepisce immediatamente dai dialoghi dei protagonisti, dal loro modo di esprimersi, di pensare, di ESSERE. Comunque non mancano i riferimenti anche a famiglie estremamente povere, come altre invece appartenenti all'antica e ricchissima nobiltà spagnola che come ben sappiamo, ha dominato l'isola per tanti secoli.
In queste storie non sentirete mai parlare di televisione, visto che non era ancora stata inventata. Meno che mai di tablet, di cellulari o di smartphone. Pochissimi avevano il privilegio di possedere un'automobile, col risultato che i bambini potevano tranquillamente giocare per strada senza correre alcun pericolo.
Non esistevano i giocattoli. Durante la guerra in quasi tutte le famiglie regnava la tradizione del giocattolo fatto in casa oppure ereditato da qualche cugino. Solo col dopoguerra e la riapertura dei negozi, finalmente poterono ritornare a tutti gli effetti nelle vetrine dei negozi.
Erano fatti di legno, alluminio, celluloide (definiti come giocattoli infrangibili), ovatta, stoffe, a volte porcellana ed erano estremamente costosi. Anche le attrezzature scolastiche erano costose. La maggior parte dei bambini scriveva immergendo la penna nel calamaio pieno d'inchiostro, e solo i professionisti usavano la penna stilografica. Un giocattolo aveva la capacità di esercitare forte magnetismo persino sugli adulti, che molto probabilmente dopo la penuria della guerra, sfogavano questa mancanza comprandone il più possibile per i figli. Se potevano permetterselo ovviamente.
A compensare l'assenza della televisione, si andava tantissimo al cinema e a teatro. Anzi cantare e conoscere pezzi d'opera faceva parte del bagaglio culturale di ogni cittadino medio. Anche usare terminologie francesi era considerato molto chic.
I biglietti ovviamente avevano dei costi che non potevano certo essere paragonati a quelli di oggi e anche il denaro aveva un valore molto più alto rispetto al mondo attuale.
Vi dico soltanto che possedere una somma equivalente a 10.000 lire equivaleva ad esser milionari.
Le famiglie erano molto diverse. Erano numerosissime e non era assolutamente strano avere tantissimi zii e cugini. Spesso il legame parentale era cosi forte che praticamente si cresceva tutti insieme. Nonni, zii, cugini e nipoti. Frequente era l'aiutarsi continuamente nel crescere i figli.
È necessario sottolineare però, che se da una parte c'erano famiglie della cosiddetta alta borghesia di cui facevano parte ingegneri, avvocati, medici, insegnanti, giudici, farmacisti, commercianti e cosi via, c'erano anche famiglie della piccola borghesia che vivevano soltanto del proprio lavoro come i braccianti, gli ortolani, i sarti, i custodi e cosi via. Alla base della piramide c'erano le famiglie povere.
Queste famiglie di solito erano pastori o al massimo contadini. I quali per permettere alle figlie femmine di sopravvivere (i maschi ereditavano il mestiere paterno) venivano, là dove possibile, mandate in famiglie ricche e benestanti come domestiche e bambinaie dove di fatto, vi restavano per quasi tutta la vita. L'obiettivo non era tanto lo stipendio, che all'epoca era davvero misero, ma il fare in modo che in casa di gente benestante le figlie avrebbero mangiato tutti i giorni.
Quindi non deve sorprendere assolutamente se in questi libri troveremo famiglie piene di domestici, cuoche e bambinaie.
I genitori delle classi agiate (tranne qualche rara eccezione) non erano particolarmente affettuosi nei confronti dei figli, ma spesso molto distanti emotivamente per via di una mentalità che li portava a preoccuparsi più del lavoro (nel caso dei padri) e dell'immagine sociale (nelle madri), riflesso di una fortissima ambizione italiana che la guerra aveva fortemente soffocato.
I genitori delle classi basse invece, erano costantemente divorati dalla paura di perdere lavoro e cibo, senza la possibilità di vedere o capire altro.
Pur di tenere i figli in riga ed assicurare loro una vita dignitosa, non esitavano a ricorrere a pesanti punizioni corporali. L'ignoranza e l'impossibilità di studiare con profitto facevano il resto.
Anche se di fatto era stato istituito l'obbligo di frequentare la scuola pubblica fino ai 14 anni, i figli di queste famiglie erano mandati quasi sempre a lavorare in contemporanea, pertanto spesso ripetevano l'anno. Il salto sociale per queste persone frequentemente (per non dire sempre) si rivelava un'impresa alla Gianni Morandi (uno su mille ce la fa).
L'insegnamento era completamente differente da come lo vediamo oggi. In primis non esistevano le scuole materne, ma si cominciava direttamente alle elementari. Gli insegnanti erano delle vere e proprie figure rispettate e temute. Creare problemi a scuola, significava prenderle a casa.
Alcuni insegnanti ricorrevano senza problemi alle punizioni corporali ed era estremamente difficile che qualche genitore avesse da ridire. Di solito chi protestava erano le classi molto agiate, come i nobili. Suddetta protesta però era più frutto di una mentalità che li vedeva come esseri socialmente superiori che non tanto per un discorso legato alla puericultura.
La voce segreta
Il manoscritto si trova diviso in cinque parti e riveste un arco temporale di circa un anno; infatti comincia il giorno di Natale, e finisce al ritorno delle vacanze natalizie dell'anno successivo.
Ma a cosa si riferisce esattamente il titolo del romanzo? È presto detto.
La protagonista della nostra storia è una bambina di 5 anni di nome Cora. La piccola possiede una fervida fantasia che anima letteralmente il mondo in cui lei vive, fatto di assoluta normalità. Cora ha una caratteristica che la rende semplicemente unica: la voce segreta.
Si tratta di una voce che secondo lei, ogni bambino perde dopo aver acquisito la capacità di leggere e scrivere tranne qualche rarissima eccezione.
È una voce che in genere gli adulti non possono né parlare, né capire, né sentire e che permetterebbe di comunicare e di ottenere risposta da animali, oggetti e bimbi in età pre-scolare.
È una voce che in genere gli adulti non possono né parlare, né capire, né sentire e che permetterebbe di comunicare e di ottenere risposta da animali, oggetti e bimbi in età pre-scolare.
Cora è convinta che tutti al mondo possiedano questa caratteristica, ma la voce segreta purtroppo una volta inutilizzata ci si dimentica di averla avuta, pertanto conseguentemente si smette di credere alla sua esistenza.
Cora usa questo linguaggio per parlare con gli oggetti (che per quanto le rispondano, son sempre oggetti quindi non possono fare nulla per aiutarla); con gli animali, che essendo molto indipendenti e diffidenti verso le persone spesso la ignorano; e pure con i lattanti. Primi fra tutti Angelo e Giovanbattista, i suoi due fratellini gemelli appena nati.
Cora ha anche un fratello maggiore, Giacomo, che però avendo sette anni ha ormai perduto la voce segreta e neanche ricorda che esista. A sorpresa nella storia scopriremo un altro personaggio in cui Cora identifica il possesso della voce segreta.
Ovviamente il racconto consiste in un viaggio nel vivere quotidiano filtrato dalla mente e dalla fervida fantasia di questa bambina, che ha il potere di rendere il tutto straordinario. Vi è solo una parte del libro dove realtà e fantasia si fondono, ma ne parleremo dopo.
La Pitzorno giura che questa storia è vera. A me piace pensare che la storia di Cora non sia altro che una trasposizione letteraria dell'infanzia e delle fantasie infantili della scrittrice. Non a caso, è riuscita solo per questo libro, ad ottenere di poter fare anche i disegni dei personaggi. Cosa che non aveva mai insistito tanto per fare con nessuno dei suoi lavori.
Cora
È la bambina protagonista della storia. La nostra piccolina vive in una famiglia dell'alta borghesia sarda ed è una bambina precoce in ogni senso. Oltre a possedere “la voce segreta” dote che crede appartenere a tutti i bambini in età prescolare, la nostra ha un grande sogno: andare a scuola.
Nonostante abbia solo 5 anni, desidera soprattutto imparare a leggere e scrivere che le consentirebbe di capire le cose in maniera molto più approfondita. Come tutti i bimbi dell'epoca, crede che i bambini li porti la cicogna, crede a Gesù Bambino che porta i regali di Natale, al topino dei denti ecc.
È molto legata a Giacomo il fratello maggiore, ed è molto protettiva nei confronti di Angelo e Giovanbattista i due fratellini gemelli. Ha un'indole buona e generosa ma soprattutto profondamente empatica. Cosa davvero rara per una bimba così piccola. Ed è proprio tale empatia verso ciò che la circonda a farle credere di avere quella che lei chiama la voce segreta.
Prova una profonda deferenza nei confronti dei genitori, specie la madre. Con il padre ha un rapporto leggermente più disteso. Adora gli zii soprattutto la zia Licinia una donna simpatica ed eccentrica, e lo zio Titta (Giovanbattista) anche lui molto artistico ed amante dei pezzi d'opera, che canta spesso mentre suona il pianoforte.
Ovviamente come tutti, la nostra Cora ha anche dei difetti. Spesso è indolente, altrettante volte insolente, insofferente alla disciplina ed in qualche occasione dimostra di essere pure un po' viziata. Tuttavia credo che si possa perdonarlo ad una bambina di 5 anni.
Ciò che amiamo di più della piccola Cora, è sicuramente la crescita psicologica che la caratterizza. Tale maturazione però, le fa comunque mantenere sempre il cuore e la mente sintonizzati sulla magia che vede e sente attorno a sé ed ai suoi cari. Infatti nonostante gli anni, Cora non perderà mai la voce segreta.
La famiglia di Cora
Non conta solo la protagonista. Uno dei punti cardine di questo libro, come anche dei manoscritti successivi (ma con altri personaggi), sarà il rapporto fra Cora ed i suoi familiari.
Il motivo? Questi libri lanciano il messaggio di come la famiglia sia la chiave dello sviluppo psicofisico di un bambino, infatti spesso i personaggi della Pitzorno tutti giovanissimi, si lasciano pesantemente influenzare dalle scelte dei genitori, arrivando spesso ad emularne le azioni o addirittura a comportarsi in un certo modo solo al fine di compiacerli.
Non è una caso che nei libri della scrittrice sarda non compaia quasi mai il nome dei genitori. Per esempio la madre ed il padre di Cora si chiamano Ada e Riccardo, ma il lettore lo scopre solo quando la bambina decide di dare i loro nomi alla sua bambola damina e al suo bebè di celluloide. Il tutto lascia rimarcare proprio il concetto di distanza che alberga fra genitori e figli.
È senza dubbio un elemento interessante che porta inevitabilmente a riflettere su quanto sia cambiato il rapporto genitori/figli, ora più che mai. Un passato dove c'era più freddezza e deferenza con più rispetto, contrapposto ad un presente dove c'è maggiore confidenza, ma zero fiducia e quindi conseguentemente meno stima.
Particolarmente evidente è il rapporto di emulazione/sudditanza di Cora nei confronti della madre. Pensa spesso a ciò che la madre direbbe e farebbe in determinate situazioni, si comporta sempre in un modo che alla madre non dia fastidio, infatti sa esattamente cosa infastidisce la genitrice e sa sempre come la madre gestirà determinate relazioni parentali.
Tutto questo è molto importante; la figura materna è il fulcro dei libri della Pitzorno. Nel bene e nel male non possiamo fare a meno di riconoscere e valutare quanto sia segnante il rapporto madre/figlio nella crescita di un bambino, fino ad influenzarne totalmente la futura personalità. Specie quella di una bambina.
Il padre è una figura molto positiva, ma più distante. Infatti non sappiamo molto del signor Riccardo, in quanto compare poco e parla altrettanto poco. Appare come un uomo molto misurato, amabile ma severo; infatti tiene molto alla disciplina dei figli anche se sicuramente si espone meno rispetto alla moglie.
È famoso in famiglia per essere un drago ad aggiustare gli oggetti. Infatti è lui che fabbrica i giocattoli per i figli o li aggiusta quando sono rotti. Cora ovviamente lo adora ma per via del lavoro di lui, non ha il rapporto di forte dipendenza che ha invece con la madre.
Un discorso a parte meritano i tre fratelli di Cora. Giacomo, il fratello maggiore è il vero e proprio ritratto del normale bambino di sette anni: infantile, a volte prepotente, protettivo verso la sorellina ed estremamente vivace.
Una caratteristica estremamente singolare del libro è il fatto che Giacomo e Cora riescano a sognare insieme. Nel senso che quando fanno un sogno, lo vivono in contemporanea.
Credo che questo si possa spiegare grazie alla profonda empatia che caratterizza la bambina, che vede il fratello come una protezione e quasi ne intuisce i pensieri. Ad ogni modo, quando Giacomo e Cora verranno mandati in stanze divise (Giacomo andrà nella camera del cucito con Giovanbattista, mentre Cora resterà nella sua con Angelo) la bambina perderà questo contatto onirico col fratello maggiore e non faranno più gli stessi sogni.
Parliamo ora dei gemelli: Giovanbattista ed Angelo. Nascono nella seconda parte del libro, ufficialmente portati dalla cicogna. Per fare in modo che Giacomo e Cora non soffrano di gelosia ed al fine di portarli ad essere molto responsabili nei confronti dei fratellini piccoli, i genitori assegnano un gemello ciascuno.
Giacomo essendo il maggiore sceglie per primo; prende Giovanbattista perché secondo lui ha l'aria più forte e mascolina. A Cora rimane Angelo anche se lei stessa dirà che se avesse potuto scegliere per prima avrebbe comunque scelto lui perché lo vede molto bello e dolce. Grazie al fatto che la bambina comunica con loro grazie alla voce segreta, scopriamo il carattere dei due infanti (o perlomeno come Cora immagina sia il carattere dei fratellini).
Giovanbattista è molto critico, spesso lamentoso e dal carattere ansioso/nervoso; Angelo invece è molto rilassato, affettuoso, un po' indisciplinato (lo vedremo successivamente), saputello, e desideroso di imparare e conoscere cose nuove. Guarda caso il primo somiglia a Giacomo ed il secondo a Cora.
La famiglia Giganti
Sono i vicini di casa della famiglia di Cora, una famiglia della bassa borghesia. Sono numerosissimi, oserei dire quasi infiniti, e ricordano più un gruppo che una famiglia. Sono tutti legatissimi tra loro: genitori, figli e nipoti che condividono la stessa casa.
Non possono permettersi di vivere come la famiglia di Cora ma rappresentano un modello di affetto e di unità parentale superiore a quello della famiglia della nostra protagonista. Cora infatti sente profondamente la gerarchia che vige in casa sua e la rigidità delle norme sociali dell'alta borghesia; infatti spesso trascorre molto del suo tempo in casa Giganti con la migliore amica Donatella.
In questa famiglia i ruoli un po' si confondono visto che i ragazzi (che sono molti e di svariate età) vengono lasciati totalmente liberi di esprimersi ad ogni livello, ma creando una gerarchia che comunque fa capo ai ragazzi più grandi come Nicola, Franca e Fiorenza. Sono pienamente consapevoli di essere molto più poveri di Cora, specie Donatella che sembra quella che ne soffre di più.
Tuttavia il valore della condivisione e dell'affetto è talmente forte in questa casa, che per l'invidia non sembra esserci posto, ma solo per la collaborazione reciproca al fine di stare tutti meglio.
Fortunatamente i ragazzi Giganti vanno a scuola, leggono molto, e saranno proprio loro ad insegnare a Cora a leggere e scrivere.
La maestra
Argìa Sforza e
la Madre Superiora
Argìa Sforza e
la Madre Superiora
Il più grande desiderio di Cora è quello di andare a scuola. Desidera imparare ogni cosa ed alla fine sfinisce talmente tanto i genitori, da convincerli ad iscriverla alla scuola privata “La Madonna dell'Ascensione”, un istituto paritario gestito da suore, in cui accettano anche bambini di 5 anni.
Importante dire che nell'epoca di ambientazione del romanzo, non esistevano le classi miste. Maschi e femmine frequentavano lo stesso istituto ma venivano smistati in classi prettamente femminili e maschili. Stesso discorso valeva anche per le scuole private. La divisa scolastica era un grembiule nero lungo fino al ginocchio (serviva in nome della democrazia italiana, a non fare differenze fra alunni ricchi e poveri) e un fiocco al collo, blu per le bambine, rosso per i maschietti.
All'Ascensione però essendo una scuola privata, ci tengono a distinguersi. Cora infatti indossa un grembiule nero e porta al collo un fiocco rosa a pallini celesti, voluto espressamente dalla sua maestra Argìa Sforza.
Tenete bene a mente la figura di questa donna perché sappiate che in questo libro avremo solo un assaggio della sua malvagità. Il resto lo sviscereremo ben bene nel romanzo successivo “Ascolta il mio cuore”.
Argìa Sforza rappresenta esattamente tutto ciò che una maestra NON dovrebbe MAI e dico MAI essere. È un'insegnante laica, sposata ma senza figli (date un premio al marito) e come unica nota di merito si mostra moderna nel metodo d'insegnamento, ma lo vedremo meglio nel prossimo romanzo.
In questo libro in particolare emerge immediatamente la profonda falsità e la cattiveria di questa donna. Insegna in una scuola privata quindi tutte le sue alunne sono figlie di gente bene, ed in presenza di genitori è tutta sorrisi e salamelecchi. Quando resta sola con le bambine viene fuori il mostro dentro di lei. In nome dell'amatissima disciplina non esita ad impartire punizioni corporali per cose davvero di poco conto, come il sedersi con le ginocchia sui ceci, o psicologiche, come far indossare il cappello con le orecchie d'asino ed esporre la bambina punita al pubblico disprezzo.
Cora si dimostrerà subito una bambina per nulla arrendevole né tantomeno timorosa della sua figura. Guadagnandosi il posto fisso al banco dell'asino accanto all'amica Serenella.
A dimostrazione della totale falsità della maestra, nonostante Cora sia in punizione praticamente sempre, quando i genitori vengono a riprenderla le fa togliere l'umiliante cappello per paura che loro la vedano.
Cosa ancora più grave non insegna nulla a parte l'imparare le pose disciplinarie (mani in prima, in seconda e cosi via) e le aste sul quaderno a quadretti. Ogni tentativo di fare qualunque cosa di diverso viene severamente punito.
La maestra Sforza è superficiale, totalmente anaffettiva (oltre che insensibile) e si contrappone completamente alla direttrice dell'istituto, la madre Superiora. La suora è una donna di straordinaria umiltà ed umanità ed ha una sensibilità fuori dal comune, tanto è vero che Cora riesce a sentire la sua voce segreta, rivelandosi uno di quei rarissimi casi (secondo lei) in cui la voce segreta non viene persa in età scolare.
Le due donne si scontrano spesso e la seconda grazie alla sua posizione di dominanza, riesce sempre a vincere. Purtroppo però alla fine, grazie ad una lettera anonima spedita dalla stessa Sforza alla sede dell'arcivescovado in cui si lamentava fortemente della monaca, il consiglio deciderà di trasferirla in Australia.
Cora perderà così l'unica persona che poteva proteggerla dalla terribile maestra. Ebbene sì. Contrariamente a quanto ci si aspetterebbe da una bambina di nemmeno sei anni, Cora non si lamenterà mai con nessuno dell'insegnante, ma si limiterà a cercare di far capire alla famiglia che vuole lasciare la scuola. Ovviamente nessuno in casa le darà minimamente retta. Sempre per tornare al famoso discorso della “distanza” che caratterizzava il rapporto genitori figli.
La fortuna di Cora dopo il trasferimento della Madre Superiora sarà l'aver ormai compiuto sei anni e finalmente potrà lasciare l'Ascensione (dietro forte consiglio della stessa suora alla madre di Cora) per andare alla scuola pubblica.
Qui Cora grazie agli insegnamenti delle sorelle Giganti, dimostrerà di aver imparato per conto proprio a leggere e scrivere; dimostrando così di non essere indietro rispetto ai coetanei.
“La magia”
A dare vita alle fantasie di Cora, l'autrice inserisce anche la magia. Questa trovo sia l'unica nota stonata del romanzo, almeno a mio modesto parere, perché lo trovo poco in sintonia con il contesto generale del libro.
Grazie ad un “incantesimo” suggerito dalle sorelle Giganti, Cora riesce a prendere della polvere dalle ali di tre farfalle e la sfrega sulle scapole del fratellino Angelo chiedendo ovviamente il suo previo consenso. Lo scopo dell'incantesimo è far crescere al piccolo Angelo delle ali di farfalla.
Cora è convinta che siccome il fratellino sia ancora molto piccolo e abbia il nome appropriato, potrebbe davvero volare. E funziona. Le ali gli crescono, ma sono invisibili alla vista ed al tatto, quindi nessuno si accorge di nulla.
Solo che Cora un po' si pentirà di averlo fatto, perché Angelo farà mille dispetti costringendola a legarlo alla caviglia quando vola.
Premettendo che si tratta palesemente del frutto della fantasia di Cora, questi “voli” del fratellino li trovo un po' inappropriati. La storia si basa sulla voce segreta che per quanto sia fasulla è coerente col personaggio, con la storia, ed è plausibile perché resta tutto nella fantasia e nel mondo interiore della bambina.
Il discorso del piccolo Angelo che vola è un po' controverso, almeno per me. Non mi ha fatta impazzire Cora che mette polverine sulla schiena del fratellino e questo piccolo che vola. Nella storia poi il volo è letterale non metaforico; una volta Angelo finisce su un albero di limoni e si rifiuta di scendere rischiando di mettere la sorella nei guai. Francamente non vedo perché inserire questa cosa a mio avviso fuori contesto e fuori trama. Comunque fortunatamente per la bambina, le ali di Angelo si rinsecchiscono e svaniscono prima che il piccolo compia un anno. E finalmente Cora non avrà più pensieri.
Considerazioni
finali
Cosa posso dire di questo libro. Onestamente della “trilogia interdipendente” è quello che ho amato meno. Sono sincera.
Lo trovo non tanto coinvolgente a livello di storia, ma bisogna anche tener fortemente conto del target per cui è stato pensato: ossia per bambini di terza elementare al massimo. Il libro è piacevole da leggere, scorre facilmente e non annoia la mente di un bambino, ma anzi lo proietta nel suo mondo. Inoltre ci sono dei termini francesi un po' particolari ma sempre spiegati, che il bambino potrà tranquillamente apprendere. È un libro che fa il suo mestiere: insegna ed intrattiene.
In virtù di questo, rimango fermamente convinta che si tratti di un libro da lettura a voce alta da parte di un adulto.
Incantesimi, bambini che volano, polveri d'insetto, termini ormai desueti (spiegherò meglio nel paragrafo successivo) penso che in questi tempi così particolari necessitino di spiegazioni da parte degli adulti. Proprio perché il pubblico di riferimento è troppo giovane perché riesca a fare un distinguo adeguato.
!!ATTENZIONE!!
Ritengo doveroso e necessario (purtroppo) fare un'importante precisazione.
Io per natura non sono una fanatica del politically correct a tutti i costi, ma mi rendo conto che non esisto solo io a questo mondo.
Se siete dei genitori o madri suscettibili a certe tematiche, non consiglio la lettura di questo libro. Sarò più chiara.
All'inizio del primo capitolo, è la mattina di Natale, e Cora appena sveglia, trova sul suo lettino quattro bambole nuove come regali di Natale:
“Si trattava di: un bebè di celluloide simile ad un neonato; una damina col vestito di organdis a balze e i boccoli un po' stopposi, di quelli con la faccia verniciata che se cadono gli si scrostano subito il naso e la fronte; una negretta col gonnellino di paglia e, per finire, una Cappuccetto rosso vestita di panno Lenci (...)”
Il termine negretta viene ripreso anche in un capitolo successivo sempre con toni discorsivo/descrittivi.
Ora, io personalmente quando un termine viene utilizzato in modi e toni offensivi, me ne accorgo. Sempre. Garantisco che non è questo il caso.
Primo perché nella storia Cora decide di dare un nome a tutte le bambole ricevute, e la ballerina africana viene battezzata Licinia, in onore dell'amatissima zia.
Da allora in poi verrà sempre definita “la bambola Licinia” tanto che Cora sente la sua voce segreta e si considererà la sua mamma esattamente come con le altre quattro bambole che possiede: Ada la damina (in onore della madre), Riccardo il bebè (in onore del padre), Giacoma la cappuccetto rosso (in onore del fratello maggiore) e LAMUMMIA (pronunciato tutto d'un fiato) la sua primissima bambola, che effettivamente è stata bendata come una mummia egiziana, per motivi che capirete leggendo.
Secondo, parliamo di un'autrice di fama nazionale, che non è tipo da scivolate sulle bucce di banana. Ai tempi della stesura del romanzo e della sua uscita che obiettivamente risale a moltissimi anni fa, questa parola rappresentava una terminologia di uso comune, e non era certo soggetto alle battaglie linguistiche portate avanti in epoca attuale. Infatti la storia di Cora lo dimostra chiaramente.
Riconfermo tuttavia che se appartenete ad una categoria che non vuole vedere, né sentire certi termini a prescindere, ritengo abbiate tre opzioni:
1 Evitate di leggerlo a vostro figlio/a
2 Leggete voi il libro a vostro figlio/a e censurate la parola con
altre di vostro gusto.
3 Date la giusta spiegazione del termine nello specifico contesto
a vostro figlio/a e del perché è stato utilizzato.
Altro non posso consigliare.
Evitate infine la lettura di questo libro ai vostri bambini se vi infastidisce che in questa storia si parli di ali di fata, infanti che volano, Gesù Bambino che porta regali di Natale e Cicogne che portano neonati.
Ogni cosa a mio avviso va contestualizzata. Sempre.
Detto questo, vi auguro di tutto cuore una piacevole lettura.
Autore: MLG




Commenti
Posta un commento