Recensione: La futura regina


La 

futura 


regina


Struttura 

del 


romanzo

Concludiamo con il botto la fase centrale (nonché fondamentale)  della guerra delle due rose di Philippa Gregory, con il terzo romanzo di cui abbiamo già parlato nelle precedenti recensioni: “La futura regina”.
Il titolo voluto dall'autrice britannica per quest'opera letteraria è: “The kingmaker's daughter” che in italiano sarebbe: “La figlia del creatore di re”.  
Nel nostro Paese invece, l'adattamento italiano scelto da Marina Deppish è stato appunto: “La futura regina”.

Copertina italiana del romanzo (casa editrice Sperling & Kupfer)


Lungi da me criticare le scelte della nostra intramontabile traduttrice, ma personalmente io non avrei mai cambiato il titolo primogenito.
Capisco che la Deppish ci teneva ad inserire la parola regina in tutti e tre i romanzi, ma trovo che la resa in italiano oltre a non rendere minimamente lo spirito dell'opera, sia anche fuorviante.
Un titolo del genere indirizza un lettore alla storia di una predestinata, oppure di una donna che ha lottato per ottenere un trono.
La vicenda non tratta di nulla del genere. Il titolo ai miei occhi ha il peccato (ma veniale) di soffermarsi sulla fase finale della vita della protagonista, che per il lettore sarà totalmente trascurabile.
Tra l'altro, è una parte su cui sinceramente (visto come sono poi andate le cose per questa donna) non vale nemmeno la pena di soffermarcisi. Figuriamoci a dedicarci il titolo.
L'originale inglese invece è perfetto; e non per caso. Oltre al fatto che è molto accattivante a livello comunicativo e ti riempie la bocca a livello fonetico, è l'unico modo possibile per sintetizzare al meglio la vicenda narrata. Infatti questa è la storia della figlia di colui che veniva chiamato “ Il creatore di re”. Punto. Non vi è altro da aggiungere.

Una Copertina del romanzo

La Deppish probabilmente ha optato per questa scelta, anche per il motivo che storicamente parlando, la protagonista della storia Anna Neville, è effettivamente famosa per essere stata regina consorte d'Inghilterra.
Il problema è che per i motivi di cui ora parleremo, è una regina che non conosce praticamente nessuno e non certo per un caso. Quindi a mio modestissimo parere, sottolinearlo nel titolo è completamente inutile.
A livello strutturale “La futura regina” presenta dei capitoli molto brevi, descrittivi ed incisivi.
Narrazione secca, da commentari cesariani; con la sola differenza che se il condottiero romano nei suoi scritti parlava di se stesso (da protagonista) in terza persona singolare, qui la narrazione avviene sotto l'esclusivo punto di vista della nostra Anna Neville, che vive il tutto in prima persona.
Lo stile punta ad una narrazione dove si cerca nel modo più sintetico ed efficace possibile, di raccontare bene e nel dettaglio ma senza eccessive iperboli, le vicende della protagonista.  
I capitoli si susseguono rapidi ed incalzanti, non annoiano perché non vi è il tempo di farlo. Ti prendono, perché il lettore è portato a proseguire la lettura di una storia che psicologicamente ti attanaglia e non concede alcun respiro.
Interessante ed assolutamente affascinante per me, è stato il constatare come tale struttura narrativa non sia assolutamente casuale; ed io adoro le cose 

NON casuali.
Infatti “La regina della rosa rossa” ha uno stile asciutto, piccato, a tratti frettoloso; tipico di qualcuno che sta raccontando un qualcosa di molto importante, anzi di fondamentale, ma su cui non si vuole esageratamente soffermare. Ha senso.
Margaret Beaufort ci racconta la storia che precede il suo avvento al ruolo di regina madre. Una fase della sua vita della quale ha un pessimo ricordo, in cui non si riconosce e non ci si è mai riconosciuta. Una fase che vorrebbe dimenticare, ma dato che è parte di lei, non può ignorare.
La regina della rosa bianca” ha uno stile rilassatissimo, privo di pahos, elegante, disteso. Ricorda il placido scorrere dell'acqua e richiama i poteri marini dell'antenata della protagonista. Capitoli molto lunghi, che addirittura sono intervallati da intramezzi della vita della dea Melusina. Ha senso.
Elisabetta Woodville porta in scena nella propria storia, un'atmosfera mistico/magica, tipica della sua stirpe.
Questa riflette palesemente l'indole molto fiduciosa di questa  donna.
Infatti lei racconta una vicenda dove la sua vita ha subito una grande evoluzione, e che l'ha portata (nel bene e nel male) a qualcosa che non vuole dimenticare; generando così un rallentamento della narrazione.
Parliamo dell'indimenticabile ricordo del suo vero amore, ossia re Edoardo, dei suoi figli, e della sua famiglia.
“La futura regina” come già detto, è scritto esattamente come l'avrebbe narrato Giulio Cesare. Uno stile sintetico, ma dettagliato.
Uno stile da cronache soldatesche, lo stile di un qualcuno che deve raccontare per bene tante cose, ma che lo deve fare nel modo più breve possibile. Tipiche di chi purtroppo, ha tanto da dire e pochissimo tempo per farlo.
Infatti Anna Neville è la figlia di un grande condottiero, è la figlia del creatore di re; ed è anche una donna a cui la vita purtroppo, non ha concesso molto tempo.
Una donna che come il grande dittatore romano, non desidera che la sua storia finisca dimenticata; non vuole che venga persa nell'oscuro oblìo del tempo.

Anna 

Neville, 

la 


futura 

regina

Lady Anna Neville nasce l'11 Giugno 1456 nel castello di Warwick, magnifica residenza secolare della famiglia di sua madre.
Si, avete capito bene. Di sua madre. Anna infatti era la secondogenita della contessa (per diritto proprio) di Warwick, Anne Beauchamp (era la nipote della madre di Margaret Beaufort) e del suo consorte Richard Neville, il quale era un figlio cadetto del conte di Salisbury.
Come accadeva a molte donne del tempo nate in una ricca famiglia priva di eredi maschi, la madre di Anna aveva ereditato tutto il patrimonio di famiglia, che aveva portato poi in dote al marito. Infatti Richard Neville essendo un figlio cadetto, aveva ricevuto molto poco dalla famiglia d'origine.
Il padre di Anna pertanto eredita dalla moglie il titolo di conte di Warwick con tutta la fortuna annessa e connessa.
La contessa tuttavia non riuscirà in quello che sarà il compito fondamentale per una donna dell'epoca: non genera un figlio maschio che possa ereditare quest'immenso patrimonio che comprendeva il possesso di quasi tutto il nord dell'Inghilterra.
La coppia infatti il 5 Settembre 1451 (sempre nel castello di Warwick) aveva avuto la figlia maggiore Isabella, e poi cinque anni dopo, Anna. Due figlie. Questo è un particolare che bisogna tenere bene a mente per entrare nello spirito di quest'opera, perché è fondamentale.
Anna cresce in una famiglia dove le viene inculcata (come pure alla sorella) la più cieca e totale obbedienza nei confronti dei genitori ma soprattutto del padre; inoltre, molto poco velatamente, su entrambe pesa la colpa di non essere un maschio, l'erede tanto agognato e voluto. Specialmente su Anna, alla cui nascita tutti avevano sperato ardentemente in un maschietto, dato che una figlia femmina in casa già c'era.

Particolare della regina Anna Neville 

Anna cresce quindi con il desiderio, anzi l'ossessione di compiacere il padre su ogni cosa. In virtù di questa sua cieca obbedienza, si guadagna maggiormente l'affetto paterno, che infatti la chiama “la mia bambina più intelligente”.
Questa già all'età di nove anni (età che possiede quando comincia il libro) viene usata dalla famiglia come pedina per ripicche personali, vendette, e giochi di potere politici. La sua volontà non conta nulla e non conterà mai nulla.
La nostra da parte sua è palesemente vittima del “complesso di Elettra” che altro non sarebbe che la versione femminile del complesso di Edipo.
Anna non ragiona con la sua testa, ma senza rendersene nemmeno conto non fa altro che obbedire al padre ed amarlo, persino quando lui le sta facendo un torto grande quanto un castello.
Anche dopo la dipartita del conte, la ragazza pensa e si comporta come lui avrebbe voluto, controllandola di fatto anche dalla tomba.
Anna infatti non ha personali desideri, né vere ambizioni; tutto quello che fa è solo, soltanto e solamente ciò che il padre avrebbe voluto per lei e da lei. E questa esegue. Vive nel mito di questo padre guerriero, un uomo totalmente rispettato e benvoluto da tutta la gente d'Inghilterra.

Vetrata del castello di Cardiff, ritraente Anna Neville ed il secondo marito re Riccardo III d'Inghilterra

Un uomo talmente potente ed amato da far sì, che nel nord del Paese tutti i maschietti si chiamino Richard in suo onore, e le femmine Isabella ed Anna in onore delle sue figlie.
Un uomo così stimato da essere un vero e proprio punto di riferimento per tutti i cittadini inglesi, molto più dello stesso re.
Un uomo sempre in battaglia a cavallo del magnifico stallone nero Mezzanotte, tanto che Anna sin da bambina, lo vede come un cavaliere delle fiabe, che combatte contro la perfida nemica del regno: la regina lupa Margherita d'Angiò.
Per questo Anna in tutte le vicende che costelleranno la sua esistenza, riuscirà sempre nell'incredibile impresa di farsi piacere, accettare ed amare le scelte paterne; anche quando queste la danneggiano e la fanno soffrire. Perché per lei nulla è più importante dell'ambizione di suo padre.
Il patriarca la vuole maritata al giusto partito, così come vuole (anche da Isabella) che generi un figlio maschio, il nipote del creatore di re; il figlio che lui non ha mai potuto avere e che loro due non sono e non potranno mai essere. E per Anna, nulla sarà mai più importante di questo.

Litografia settecentesca raffigurante la regina Anna Neville 

Anna infatti a causa del genitore finisce presto (assieme alla sorella) nel vortice di odio della regina Elisabetta Woodville, odio che causerà in Anna una sorta di macabra ossessione nei confronti della bellissima sovrana.
Elisabetta Woodville da parte sua, odia il conte di Warwick perché questi ha ucciso arbitrariamente suo padre Richard Woodville e suo fratello John Woodville. Anna è convinta che la donna riversi per riflesso tale odio su di lei e sulla sorella. E vi giuro che in tutto il romanzo questa povera ragazza non avrà un attimo di pace e di serenità per questo.
Vedrà in ogni cosa, ogni lutto, ogni disgrazia, ogni situazione negativa che le accade nella vita, i malevoli occhi grigi di Elisabetta la strega.
Questa profonda ed ossessiva paranoia l'accompagnerà per tutto il romanzo, fino alla tomba, dove finalmente questa povera giovane, troverà la pace mai avuta sulla terra.
Oltre a ciò, Anna è sempre nelle mani di qualcuno che la controlla e la manipola. Non è mai libera, non prende mai vere decisioni autonome, anche quando s'illude di farlo.
Prima deve obbedire al padre, che oltre a farla finire nell'odio della regina Elisabetta, la obbliga a sposare Edoardo di Lancaster, il principe di Galles dei lancastriani. Anna verrà umiliata costantemente dalla suocera, Margherita d'Angiò e subirà abusi fisici e psicologici dal marito.
Nonostante Anna si renda palesemente conto che tutti i miti dell'infanzia con cui è cresciuta non siano altro che una squallida farsa politica, non si sognerà mai neppure lontanamente, di mettere in dubbio il padre o di contestarlo.


Possibile ritratto della regina Anna Neville


Rivelandosi così anche una degna esponente della “Sindrome di Stoccolma”, visto che Anna per tutto il libro, nonostante gli abusi subiti, non penserà, né parlerà mai male del defunto marito o della ex suocera. Poiché questi rappresentavano ciò che suo padre aveva scelto per lei. E tanto le basta.
L'obiettivo di suo padre è solo e soltanto uno: portare il proprio sangue sul trono d'Inghilterra. E per farlo userà le due figlie come mezzo, costi quello che costi.
Anna sarà sempre orgogliosa di far la sua parte nell'ambizioso piano paterno, il quale altro non sarebbe che un modo per fargli governare l'Inghilterra più o meno legittimamente.
Quando poi finalmente il conte, Margherita d'Angiò ed Edoardo di Lancaster vengono sconfitti (il padre e il marito muoiono in battaglia)  e lei ha finalmente la possibilità di creare il proprio destino,finisce subito nelle mani di Giorgio di Clarence, marito di sua sorella Isabella.
Giorgio punta immediatamente a derubarla della sua parte di eredità e non si farà il minimo scrupolo ad imprigionare la sedicenne cognata; con il palese intento di rinchiuderla in convento quanto prima.
Solo qui vedremo finalmente Anna lottare e complottare per la propria salvezza, ma solo perché ad animarla sarà sempre la ferma convinzione che il padre non avrebbe mai voluto questo per lei.
Infatti riuscirà a sfuggire alle grinfie del cognato grazie all'aiuto di Riccardo di Gloucester, fratello più giovane dello stesso Giorgio e di re Edoardo. Dopo il salvataggio (ad oggi girano tante storielle anche molto romantiche, su come Riccardo abbia liberato Anna) i due si sposeranno.




Interpretazione pittorica di Anna con il secondo marito, Riccardo di Gloucester

Anna ha sempre amato Riccardo, con cui è cresciuta sin dall'infanzia; ma il sospetto che tanto amore e tanta devozione siano principalmente dovuti al fatto che Riccardo era stata la primissima scelta del conte di Warwick come suo possibile marito, fa presto a farsi strada nella mente di un lettore.


Re Riccardo III e la regina Anna Neville

Infatti era stato il rifiuto di re Edoardo e della regina Elisabetta ad impedire le nozze. Almeno all'inizio.
Sarà da Riccardo che Anna avrà il suo unico figlio: Edoardo di York, conte di Middleham, successivamente nominato principe di Galles quando i genitori ascenderanno al trono. Questo bambino  viene definito dalla stessa madre mentre lo stava partorendo: “Il nipote del creatore di re”.

Dipinto (di fantasia) raffigurante Edoardo di Middleham

Questo piccolo, questo figlio, questo preziosissimo erede, rappresenta l'inizio, il centro e la fine della stessa Anna.
Infatti dopo la sua nascita (avvenuta dopo circa un anno e mezzo di matrimonio) non nasceranno altri figli. Anna pur desiderando altri bambini in modo quasi ossessivo, non riesce più a concepire, benché l'unione con Riccardo sia molto felice.
Il piccolo Edoardo (chiamato in onore del re suo zio) è un bambino adorabile, intelligente, coraggioso e rispettoso.
Tuttavia sin dal suo primo vagito, la madre capisce che dovrà sempre temere per lui. Questi infatti è un bambino delicato, piccolo di statura, inappetente e molto simile al padre, quindi gracilino.
Per ogni anno che passerà senza l'arrivo di un altro figlio, il terrore di Anna aumenterà in maniera quasi esponenziale, per la sicurezza e la protezione di quest'unico erede. Fino a quando Edoardo non morirà per davvero a soli 10 anni, a causa di una febbre.
La morte del bambino rappresenta lo psicologico fallimento di Anna, nonché la causa del suo definitivo tracollo mentale.
Nel frattempo è riuscita a diventare regina d'Inghilterra come suo padre voleva (anche se ad esserci riuscito davvero è stato suo marito, grazie ad una scappatoia legale ed una propizia occasione), ma ha fallito nel compito più importante: dare al trono un erede Neville.
Ha fallito nel perpetuare la linea di sangue del creatore di re.

Tomba di Edoardo di Middleham al castello di Sheriff Hutton

A peggiorare il tutto, per lungo tempo Anna sarà pure convinta di aver scatenato una maledizione di Elisabetta Woodville (una delle tante che questa donna ha effettivamente lanciato) sulla testa del suo povero figlio.
Fortunatamente nell'ultimo capitolo, almeno in questo, Anna potrà trovare pace e liberarsi da questo particolare senso di colpa.
Infatti dopo la morte del suo piccolo, Anna inizia a deperire e lasciarsi morire. Il senso di vuoto e di fallimento, la porteranno a perdere interesse per la vita stessa, a smettere di lottare, finendo così col perdere il tanto agognato (dal padre) trono e l'ultima persona (ancora in vita) rimasta ad amarla, suo marito Riccardo.


Miniatura medievale della regina Anna Neville, Re Riccardo III e Edoardo principe di Galles

Anna si spegne a soli 28 anni con il titolo di regina consorte d'Inghilterra, dopo circa due anni di regno:
“Mentre mi giro nel letto e chiudo ancora una volta gli occhi, penso che questa notte rivedrò il mio amato padre, il conte di Warwick, il creatore di re, e il principe, mio figlio Edoardo, e forse Mezzanotte verrà portato a pascolare nei prati più verdi che io possa immaginare” 

(Philippa Gregory, Anna Neville“La futura regina”)

Isabella 

Neville, 

l'altra figlia 

del 

creatore 

di re

Questo romanzo racconta una storia d'amore. Una bellissima storia d'amore. Forse la più pura che vedrete mai in un romanzo storico: l'amore tra le due sorelle Isabella ed Anna.
Isabella Neville è la figlia maggiore del conte di Warwick, e su di lei esattamente come sulla sorella, pesa il triste destino di un fato già scritto, a cui non può opporsi.
Tutto quello che Anna subisce dai genitori, lo subisce anche lei, anzi, lo subisce sempre per prima, dato che è la maggiore.
Isabella infatti è l'erede del titolo di contessa di Warwick nonché di metà del patrimonio familiare. Perciò il padre cerca sempre di spingere prima lei nella realizzazione delle proprie ambizioni.
Infatti tenterà di rendere Isabella regina d'Inghilterra per ben due volte, ma sempre fallendo. Solo quando viene persa ogni speranza di poterla utilizzare, il conte ripiega su Anna.
Pur essendo sempre ubbidiente e sottomessa, è la figlia meno amata dai genitori. Infatti i due coniugi percepiscono molto bene  come Anna obbedisca loro per una sorta di affetto simile a quello di un devoto cane; mentre Isabella invece, solo per paura.
Non subisce il “fascino” paterno e vede i suoi genitori esattamente per quello che sono: due individui senza scrupoli che vogliono sfruttare le figlie per prendersi un trono che non gli spetta.
Isabella infatti non vuole essere regina. Ha visto la fine fatta prima da Margherita d'Angiò e poi da Elisabetta Woodville.
Non ha bisogno di possedere il dono della preveggenza per capire che il padre potrebbe tranquillamente rivoltarsi contro di lei e metterla da parte, qualora dovesse involontariamente deluderlo. Pertanto obbedisce perché non ha scelta, ma è piuttosto evidente quanto lo disprezzi.
Quando le due ragazze perdono il padre, Isabella ne parlerà con dispiacere ma mai con vero dolore; verso la madre invece, una volta che questa verrà imprigionata dai fratelli York, si comporterà come se non fosse mai esistita.
Nonostante ci sia un rapporto di leggera rivalità tra le due sorelle (Anna ribadisce spesso nel romanzo che Isabella è molto più graziosa di lei ed ogni volta che riesce a scalzarla in qualcosa ne gioisce), c'è anche un affetto profondissimo.
Isabella ha paura per Anna, cerca di starle accanto, di proteggerla come può. Ma anche lei lotta contro un destino che ha già deciso ogni cosa. Dall'altra parte, la protagonista farà esattamente lo stesso.
La duchessa di Clarence è da considerarsi la perfetta coprotagonista di questo romanzo, anche se non abbiamo modo di conoscerne il profondo io interiore. Tuttavia un attento lettore, la percepisce come un'anima torturata dalla fame dalla sete di un amore e di un affetto mai ricevuto.
Assurdamente questa profonda maturità ed intelligenza emotiva di Isabella vanno bellamente a farsi benedire dopo che questa sposa Giorgio di York, duca di Clarence, ossia uno dei due fratelli minori di re Edoardo.
Storicamente parlando, il doppio matrimonio fra i due giovani fratelli del re York e le sorelle Neville, era stato caldeggiato sin dall'infanzia tra lo stesso conte di Warwick ed il duca di York, il padre dei due ragazzi.
Infatti come da prassi, quando due famiglie nobiliari volevano fare un matrimonio combinato, Giorgio e Riccardo erano stati mandati (insieme ad altri giovani nobili imparentati) come pupilli in casa del conte, proprio per essere istruiti ed affinché familiarizzassero da subito con le loro future spose.
Quindi Giorgio, Riccardo, Isabella ed Anna crescono insieme nel castello di Warwick, ma una volta diventati adulti, quest'unione così tanto caldeggiata, viene annullata da re Edoardo su consiglio della moglie, la regina Elisabetta.
La donna temeva infatti, che la lealtà dei due giovani duchi reali sarebbe potuta crollare una volta che questi si fossero ritrovati in possesso del fenomenale patrimonio del conte.

Scopriamo pertanto, il seguente sillogismo woodvilliano:

Soldi 




+ ascendenza reale 




= tradimento.

L'annullamento delle nozze non viene preso bene da Giorgio, che evidentemente già si era fatto i conti in tasca, ma che soprattutto ha capito come la Woodville punti a lasciarlo celibe, se non addirittura a farlo diventare un religioso; mentre l'altro fratello la prende più serenamente.
Riccardo ha solo 17 anni e pensa che il fratellone voglia dargli una moglie straniera o una principessa. Non immagina assolutamente che la cognata voglia lasciarli scapoli a vita.
Il conte di Warwick comunque non gradirà per niente questo rifiuto, infatti sfruttando l'egoismo e l'inesistente lealtà di Giorgio, riesce a convincerlo a sposare segretamente Isabella, per poi cercare di metterli sul trono al posto di Edoardo e consorte. Giorgio ovviamente, accetterà.
Isabella da questo momento non si godrà il proprio matrimonio neanche per mezza giornata, visto che capisce quasi subito di come il padre la stia usando come giumenta da riproduzione per il sangue familiare; mentre il marito da parte sua (che conosce sin da bambina e di cui è sempre stata innamorata) l'ha sposata tendenzialmente per i soldi, il titolo e la spada paterna.
Isabella e Giorgio saranno sposati circa sette anni ed avranno quattro bambini: Anne, Margaret, Edward (detto Teddy) e Richard.

Vetrata colorata del castello di Cardiff, raffigurante Giorgio di Clarence ed Isabella Neville

Durante il secondo fallimentare tentativo di mettere Isabella e Giorgio sul trono, l'intera famiglia del conte di Warwick per evitare di essere catturata, processata e condannata per tradimento da re Edoardo, è costretta a fuggire in nave per cercare salvezza nel porto di Calais, in Francia.
(Calais all'epoca era l'ultimo avamposto inglese in terra di Francia)
Warwick in un meraviglioso atto di sconfinata umanità, obbliga la figlia maggiore incinta di otto mesi a partire con loro, nonostante la ragazza abbia il terrore d'imbarcarsi.
Durante il viaggio vengono colti da una violentissima tempesta ed Isabella entra in travaglio.
Da qui segue un capitolo davvero terrificante che porta il lettore in un'atmosfera di angoscia e di vero orrore, in quanto il bambino di Isabella rimane incastrato e dovrà essere per forza Anna ad estrarlo, poiché l'unica dotata di mani abbastanza piccole.
Anna ha solo 15 anni e non sa niente di parti; per tentare di salvare la sorella finirà con lo spezzare le braccia del neonato. Verrà fuori un maschietto morto.
La scena del parto è storicamente accurata tranne per il fatto che Isabella partorì senza aiuto e nacque una bambina battezzata frettolosamente con il nome di Anne.
L'essere nata prematura, le condizioni igienico sanitarie (che per decenza non voglio descrivere) della nave, il fatto che non poterono attraccare subito a Calais (la città era rimasta fedele a re Edoardo), fecero si che la bambina visse solo un giorno. Infatti il corpicino fu sistemato in una cassetta di legno e gettato nelle acque del mare.
La Gregory per amore di scena, del senso del pathos e del melodramma ha voluto inserire questo parto orripilante
(e mi sta benissimo perché porta il lettore a riflettere su una tremenda realtà di quei tempi) 

ma ha deliberatamente cambiato il sesso del bambino, da femmina viva a maschio morto.
Questa scelta probabilmente è stata voluta dall'autrice per porre enfasi sul fatto che la Woodville con la sua “stregoneria” avrebbe causato la tempesta marina, uccidendo quello che di fatto sarebbe stato l'erede del conte di Warwick.
Il bambino infatti sarebbe stato il rivale di un figlio maschio che in quel particolare momento, la regina bianca ancora non aveva. Altre spiegazioni per questo cambio di sesso non ne riesco a dare.
Ad ogni modo dopo la perdita del suo primo bambino (che però era femmina), Isabella cade in una leggera depressione e l'odio verso i genitori (il padre) ed il marito si faranno più forti.
Poi stranamente il personaggio di Isabella cambia. Da donna sensata e raziocinante qual era, mi diventa una paranoide ossessivo compulsiva.
Infatti dopo la paterna dipartita e l'imprigionamento definitivo della madre, il temperamento della ragazza cambia e diventa molto simile a quello di Anna; ma nei confronti del marito.
Non sappiamo cosa sia effettivamente successo fra i due coniugi, (il libro segue il focus di Anna) ma sta di fatto che Isabella diventa disgustosamente devota come un cane. Finendo col diventare una bruttissima copia della sorella.
Ragiona come ragiona Giorgio, dà sempre ragione a Giorgio, fa solo quello che vuole Giorgio.
Giorgio pensa che sia giusto derubare Anna della sua eredità affinché la erediti tutta lui? Le va bene.
Giorgio dice che re Edoardo è illegittimo e dovrebbe essere lui il re ed Isabella regina? Senz'altro!
Giorgio dice che la regina Elisabetta è una strega che completamente a random vuole uccidere, lui, la moglie, il fratello, la cognata e tutti i loro figli maschi? Ovviamente è così.
Il tutto senza uno straccio di prova in mano chiaramente.
Isabella verrà talmente influenzata e riempita di deliranti congetture, che arriverà a sentire e vedere maledizioni ovunque.
Con i suoi timori riesce persino a contagiare Anna, che era l'unica a non avere delle remore negative nei confronti della sovrana (almeno all'inizio) e che finirà pure lei per vedere la mano della regina in ogni catastrofe che accade.
Sarà la morte di Isabella a far perdere definitivamente il senno ad Anna, portandola a precipitare in una sorta di paranoia ossessiva pari a quella della sorella e del cognato, che nel frattempo si guadagnerà una bella accusa per tradimento con relativa condanna a morte.
Isabella infatti era deceduta tre mesi dopo aver partorito Richard, il suo quarto figlio, a soli 27 anni; molto probabilmente la causa fu la setticemia post parto che era un vero e proprio flagello per le donne dell'epoca.


Possibile ritratto medievale di Isabella o Anna Neville. Posso solo supporre fosse Isabella, per via dell'evidente stato interessante. (Isabella mori' poco dopo aver partorito). Inoltre era lei a detenere il titolo di contessa di Warwick.

Dopo la morte dell'amatissima sorella e dello sciocchissimo cognato, Anna assume la tutela esclusiva dei due nipotini rimasti: Margaret ed Edward, dato che il piccolo Richard era morto un mese dopo la madre.
I due bambini dopo la morte per tradimento del padre erano rimasti poveri in canna dato che per la legge inglese, un uomo morto per tradimento perdeva tutto il proprio patrimonio che finiva poi direttamente nelle mani della corona.
Bello vedere come re Edoardo e la regina Elisabetta non si siano fatti il minimo scrupolo a derubare due bambini di tre e un anno, lasciandoli alla carità dei cognati. Due bambini che erano i loro nipoti oltretutto. Davvero molto, molto regale questa coppia.
Consiglio i lettori di non perdere di vista i piccoli Margaret ed Edward, che sopravvivranno loro malgrado, anche al cugino Edoardo ed agli zii Riccardo ed Anna.
Margaret nel particolare, la vedremo in futuro protagonista del romanzo: “La maledizione del re”.
Edward (Teddy) invece sarà di fatto l'ultimo maschio York a lasciare questo mondo, a soli 24 anni, ponendo per sempre fine alla linea di sangue maschile dei Plantageneti. Nel romanzo non viene detto, ma il piccolo Teddy nasce con una forma abbastanza grave di ritardo mentale.
In questo libro non viene mai accennato perché coerentemente con il punto di vista di Anna, la donna non accetta nella maniera più assoluta che un nipote del creatore di re, il figlio dell'amata sorella, possa essere non normale.
Nel romanzo si limita ad usare degli aggettivi volti a sottolineare la scarsa ambizione che nutre verso questo bambino.Tuttavia dopo la morte del proprio figlio, Anna supplicherà Riccardo di nominarlo loro erede (cosa che lui farà solo fintantoché la moglie resterà in vita).
Ancora una volta la figlia conte di Warwick  accetta qualunque cosa, qualunque scelta, per quanto assurda e catastrofica sia, pur di dare al creatore di re anche nella tomba, un suo erede da piazzare sul trono d'Inghilterra.

Richard 

Neville, 

un solo 

uomo 

per 

un'unica 

grande 

ambizione

Personaggio d'indiscussa rilevanza ai fini della vicenda narrata, è sicuramente Richard Neville conte di Warwick, il padre di Isabella ed Anna.
Egli è de facto, la chiave di volta dell'intero romanzo, in quanto rappresenta la principale causa e la primaria conseguenza di quasi tutti gli eventi narrati; senza contare l'essere il catalizzatore di pensieri della protagonista, sia da vivo che da morto.
La sua psicologia rappresenta per me un'indescrivibile fonte di fascino e di profonde incognite, molto al di là della lapalissiana negatività del personaggio.
Esattamente come mi accadde con Margaret Beaufort, quando lessi questo libro per la prima volta, il conte m'ispirò solo odio e profonda avversione.
Dopo un'attenta rilettura, sono riuscita a vedere in quest'uomo delle sfaccettature indiscutibilmente più interessanti, che sono oltretutto un punto di partenza per dei notevoli spunti riflessione.
Questa vicenda nel particolare, ha il potere d'inserire il conte di Warwick sotto una luce più chiara, più analitica; dato che nei precedenti romanzi veniva visto semplicemente come “il cattivo” senza se e senza ma.
Richard Neville nasce in un'antica e ricca famiglia aristocratica inglese del periodo medioevale.
È il figlio secondogenito (maschio) del conte di Salisbury, quindi destinato per sempre a vivere all'ombra del fratello maggiore George, a cui andrà l'intera fortuna di famiglia.
Il destino però non l'ha chiamato ad essere un eterno secondo o peggio un ecclesiastico (destino riservato a quasi tutti i secondogeniti maschi del suo tempo). Egli ha una fortissima ambizione, un fuoco che lo divora e lo consuma, portandolo a voler dimostrare di essere sempre il migliore.
Infatti tutto sommato ci riesce: sposa la più ricca ereditiera d'Inghilterra, Anne Beauchamp (sua parente alla lontana ma ormai cosa ve lo dico a fare) e diventa il proprietario di quasi tutta l'Inghilterra del nord.
La cosa che rende Richard Neville così interessante, è il fatto di non essere il classico “presuntuoso” che non sa fare nulla, non vale nulla e non merita nulla, ma che tuttavia vuole stare ai posti di comando per una sorta di diritto divino di cui si è auto incensato.
Niente di più errato.
Warwick governa i suoi territori con onestà e correttezza, combatte sempre in prima linea in sella al fidatissimo cavallo nero Mezzanotte.
È profondamente stimato, rispettato e temuto da tutti coloro che lo conoscono; i quali sono sempre pronti a seguirlo in battaglia ovunque, dovunque e per qualunque causa lui decida di appoggiare.
Ha il carisma, l'intelligenza, la sagacia ed il fascino di un vero re; peccato che … non sia re.

Richard Neville, conte di Warwick

Neville non è il re ed ha l'incredibile sfortuna di essere uno dei pochi nobili d'Inghilterra a non avere un'ascendenza reale vagamente decente. Era il nipote di lady Joan Beaufort e basta.
Per capire quanto questa parentela fosse palesemente inutile ai fini di un'eventuale successione al trono, consiglio la lettura della mia recensione precedente “La regina della rosa rossa”.
Il conte è di fatto un uomo estremamente ambizioso (come del resto quasi tutta la sua famiglia) e di far da eterna spalla ai Plantageneti per il solo fatto che questi sono nati dalla parte giusta della barricata, non è che gli garbi più di tanto.
Perciò appoggiato dai familiari, segue l'unica strada possibile: prima aiuta i Plantageneti di York a deporre i Plantageneti di Lancaster, catturando Re Enrico VI e cacciando la regina Margherita con figlio; poi sfruttando la morte del duca di York tra una battaglia e l'altra, pensa di governare il Paese nascosto dietro al giovane cugino 18enne re Edoardo IV.
Tutto va secondo i piani per qualche tempo. Almeno finché il suo caro pupillo di 22 anni si sposa in segreto con una vedova di basso rango filolancastriana: Elisabetta Woodville.
Da questo momento la perdita di potere del conte sarà più che tangibile: Edoardo fa saltare l'alleanza francese che Warwick si stava dando tanto da fare per ottenere al fine di poter isolare Margherita d'Angiò; ogni cosa che fa viene ignorata per fare posto ai membri della famiglia Woodville; perde tutti i possibili fidanzamenti delle figlie per fare posto alle sette sorelle della nuova regina.
Il colpo di grazia si verifica quando Edoardo si rifiuta di permettere ai due fratelli minori Giorgio duca di Clarence e Riccardo duca di Gloucester, di sposare Isabella ed Anna.
Warwick (esattamente come fatto con re Edoardo) aveva allevato e cresciuto personalmente i due ragazzini York, proprio al fine di renderli dei perfetti generi per lui.
Da qui l'inizio della fine. L'affetto e l'attaccamento si trasformeranno in odio e disprezzo allo stato più puro.
L'aver dato tutto, l'aver combattuto tanto, l'aver sacrificato ogni cosa per ritrovarsi un bel pugno di mosche in mano, sara'semplicemente inaccettabile.
Nella psiche del conte s'innesca una miccia potentissima che lo fa ambire a mete ben più alte che il limitarsi a far da consigliere dietro le quinte; ora vuole ottenere il trono lui stesso, ma sempre servendosi del sangue reale dei Plantageneti.
Infatti convince Giorgio il più inaffidabile, egoista e sconsiderato dei tre fratelli York, a sposare sua figlia Isabella (nascostamente al re) e poi a seguirlo in una nuova battaglia per metterlo sul trono.
Warwick inoltre si procurerà una dispensa papale blindata, proprio per impedire al genero di voltare gabbana e separarsi da Isabella.
Dopo ben due tentativi falliti e la perdita del primo nipote, Warwick non si arrende, non s'impensierisce, non si scoraggia. Nemmeno si arrabbia. Da guerriero qual è,cambia solo strategia d'attacco ed investe su altri soldati.
Accantonati definitivamente Giorgio ed Isabella, decide di buttarsi sui reali di Lancaster, i monarchi che lui stesso aveva combattuto e buttato fuori dall'Inghilterra.
Perciò combina un altro matrimonio blindato tra Edoardo di Lancaster, il figlio di Margherita d'Angiò e re Enrico VI, con la figlia Anna.
Ormai il popolo non ha più dubbi su chi sia a decidere il re d'Inghilterra; chiamano il conte di Warwick “il creatore di re” perché nessuno può salire al trono senza la sua volontà.
Ne nasce una voce, che si trasforma in una fiaba, che diventa una leggenda per poi divenire in un mito.
Il popolo resta profondamente affascinato ed allo stesso tempo stordito dalla figura ormai divenuta quasi leggendaria, di questo potente guerriero che aveva prima creato il duca di York, poi re Edoardo IV, poi Giorgio di Clarence ed adesso riesumava come da una tomba dimenticata, re Enrico VI e famiglia.
Una cosa molto importante e degna di riflessione è il fatto che il conte parlando con le figlie, non faccia altro che ribadire davanti a loro che tutto quello che sta facendo sia solo e soltanto per il loro bene.
Nel lettore ci sarà sempre il punto interrogativo se le parole di Neville celino un effettivo tentativo di manipolazione psicologica, oppure se creda veramente in quello che dice.
Non sapremo mai se davvero ritenesse che lui e la sua famiglia meritassero di più che stare a guardare il ragazzetto York e i Woodville prendersi i meriti di tutte le battaglie che lui aveva combattuto in prima linea per portarli sul trono.
Non sappiamo se ritenesse le figlie meritevoli di un riconoscimento che non aveva mai potuto avere lui, ma che davvero meritava.
A favore di questa seconda tesi posso solo dire due cose:
1)Nei cinque mesi che Warwick riuscì a rimettere re Enrico VI sul trono (questo ormai completamente demente) governò di fatto in sua vece in attesa che la consuocera, il genero e la figlia lo raggiungessero; ebbene sappiate che (anche storicamente) quando Edoardo IV ritornò con il suo esercito dalle Fiandre per combatterlo, gli inglesi non furono per niente felici del suo ritorno. Sapevano che era Warwick a governare sul serio, ma non volevano sostituirlo.
2) Nella battaglia di Barnet, Warwick per dimostrare ai suoi soldati (combatteva per i Lancaster contro re Edoardo) che mai li avrebbe abbandonati, uccise (infilandogli il fendente nel petto) il suo amatissimo cavallo Mezzanotte.
Lo fece per dimostrare a tutti che sarebbe rimasto fino alla fine a fianco dei suoi uomini, perché credeva profondamente nella forza della loro causa. Warwick era indiscutibilmente un carismatico condottiero.
Per parte mia posso soltanto dire che il sublime paradosso di questo personaggio sta proprio nel fatto che quello stesso schema profondamente classista che aveva privato lui del trono, sarà poi lo stesso, identico e medesimo che cercherà d'innescare con i matrimoni della propria prole.
A Warwick non interessa se i generi e le figlie siano idonei a regnare, gl'interessa solo, che diano la sua linea di sangue alla futura casa reale.
Questo personaggio è la prova cristallina di come spesso le vittime di un sistema sbagliato o da sempre comunque disprezzato, siano poi sempre le prime di fatto, a perpetuarlo.
A questo punto non mi resta altro da dire su di lui che: “Ai posteri l'ardua sentenza”.

La 

chiamata 

alle armi 

nel 

Medioevo

Al fine di rendere questa recensione (ed anche i libri stessi) il più chiara possibile agli occhi di un lettore neofita, ho ideato questo paragrafo con il preciso intento di calare maggiormente il lettore nel contesto storico e culturale in cui si animano le vicende narrate.
Siamo nell'Inghilterra del quattrocento, nel pieno del Medioevo. A scuola soprattutto alle elementari, quando abbiamo iniziato a studiare la storia di Carlo Magno, ci hanno fatto una testa così sul concetto di “vassallaggio”.
Quindi il re che assegna porzioni di terra ai suoi vassalli, che a loro volta le assegnano a fidati valvassori che a loro volta li passano ai loro personali valvassini. Alla fine della piramide i servi della gleba.
Ma all'atto pratico come si traduceva tutto questo? Paradossalmente il re d'Inghilterra nel Medioevo non era più potente dei suoi nobili, e spesso la figura del sovrano era strettamente dipendente da quella dei suoi stessi sottoposti.
Il re era più un supremo mediatore che un vero monarca come lo intendiamo noi oggi.
Infatti cercava di usare per quanto possibile, quel potere che gli stessi nobili gli avevano conferito, per distribuire la terra a tutti gli aristocratici in modo da non creare eccessivo scontento.
C'erano anche dei monarchi che invece preferivano dare più terra e quindi più potere solo ai propri alleati. Erano scelte. Chiaramente più sostenevi un re, più lui a sua volta ti conferiva terre da amministrare.
Ogni aristocratico aveva all'interno dei propri distretti dei sottoposti che controllavano direttamente la loro terra la quale veniva assegnata a dei cittadini liberi (fittavoli) che la portavano avanti.
Ogni anno il ricavato di un decimo della produzione andava alla Chiesa Cattolica Romana 

(era una tassa che tutti i cristiani cattolici dovevano pagare ed andava direttamente a Roma. Presumo fosse una gabella che il clero estrasse dalla Bibbia, scritta nel libro Deuteronomio) 

le cosiddette “decime”; mentre di ciò che rimaneva, un quinto andava alla corona, ed era chiamato “Il quinto del re”.
Il restante andava direttamente al signore locale che poi provvedeva a pagare i personali sottoposti, fittavoli etc. come un normale datore di lavoro.
Inoltre i nobili nelle proprie terre svolgevano anche il ruolo di giudici ed amministratori di giustizia; se vi era una contesa fra fittavoli o qualunque altro problema, era compito loro applicare la legge e risolverla.
Capirete bene che in virtù di questo sistema, il re pur essendo il padrone “nominale” delle terre inglesi non le controllava direttamente.
A sua diretta disposizione aveva solo l'esercito reale, che era ben poca cosa se paragonato ad uno composto da tutti i liberi cittadini inglesi di cui potevano usufruire gli aristocratici.
Quando bisognava decidere una tassa per andare in guerra, il re convocava il Parlamento (all'epoca formato da tutti i nobili del regno: i duchi in primis, ma anche conti e marchesi ecc.) e si votava se concedere o meno questi soldi al re. Dato che erano loro alla fine a doversene privare.
Se il consiglio dei nobili non approvava, non se ne faceva nulla. Come avevano fatto i nobili ad acquisire questo diritto? Obbligando re Giovanni Plantageneto (sotto minaccia di morte) a firmare la Magna Charta.
Sarebbe il principe Giovanni di Robin Hood per intenderci.
Se invece la tassa veniva approvata, i nobili come in una matrioska, rimediavano denaro (di solito obbligavano i fittavoli a privarsi di una parte delle loro rendite), mezzi e uomini dalle loro proprietà e poi si partiva.
I fittavoli da parte loro, sapevano dell'esistenza del re, ma di fatto erano molto più legati al signore che li comandava ed amministrava.
Conoscevano il barone che a sua volta conosceva il conte che conosceva il duca ecc. Quando si approvava una guerra ogni nobile convocava i fittavoli delle proprie terre e li portava a combattere come suo esercito personale a tutti gli effetti.
Se il padrone combatteva per i Lancaster, loro andavano a farsi ammazzare per i Lancaster senza nemmeno sapere perché lo stavano facendo. Questo era il potente incolo di lealtà che li legava al proprio signore.
Quindi nel momento in cui il re donava delle terre che lui non poteva amministrare (per ragioni pratiche ma anche economiche) al proprio vassallo, in un certo senso finiva per perderle.
I nobili infatti, tramandavano suddetta terra ai figli maschi e solo dopo l'estinzione della famiglia, queste tornavano al re. Come anche i loro titoli.
Anche se in Inghilterra sono capitati parecchi casi di nobili privi di eredi maschi che sono riusciti a fare in modo che le figlie femmine ereditassero il patrimonio e lo portassero in dote al marito. Così la sarabanda poteva continuare.
Più un nobile otteneva terra, più si guadagnava la lealtà di coloro che la abitavano e ci lavoravano. Risultato? Nell'Inghilterra di re Edoardo IV, suo cugino Richard Neville il conte di Warwick, possedeva mezzo Paese.
Era l'uomo più potente in assoluto e disponeva di un esercito di uomini liberi che combattevano solo ai suoi ordini perché lo conoscevano, lo stimavano e perché era il loro signore. Punto.
Le terre di sua proprietà in parte le aveva ricevute grazie alla fedeltà mostrata ad Edoardo (almeno i primi tempi) ma la stragrande maggioranza erano la dote della moglie, la contessa Anne Beauchamp.
Lei stessa si era ritrovata ereditiera grazie a generazioni di proficui matrimoni combinati tra nobili imparentati.
Il re poteva solo convocare i nobili fedeli (o almeno si sperava lo fossero), chiedere il loro appoggio, e sperare che loro portassero alla guerra i propri fittavoli come esercito.
Ecco spiegato perché il re temeva il potere dei nobili e doveva stare molto attento a guardarsene. Perché per come era strutturato il sistema, questi potevano deporlo da un giorno all'altro, se fossero diventati troppo potenti.
Uno dei motivi che destò parecchio scandalo durante la guerra delle due rose, fu il modo in cui Margherita d'Angiò reclutava i propri soldati.
Margherita non convocava i nobili per convincerli a combattere per lei, ma reclutava “alla francese”, ossia andava personalmente di città in città e chiamava lei stessa e direttamente, tutte le persone che trovava.
Immaginate la contentezza dei grandi lord.
I monarchi inglesi che hanno tentato di accentrare il potere nelle mani della corona, cercando di sfuggire a questo problema, sono stati tutti uccisi ed ovviamente sostituiti da sovrani più compiacenti.
Si è visto con re Giovanni Plantageneto, Re Edoardo II Plantageneto e re Riccardo II Plantageneto. Giusto per citarne alcuni.
Solo i Tudor con re Enrico VII, riuscirono ad ottenere l'accentramento del potere monarchico. Almeno fino all'uccisione di re Carlo I Stuart.

Battaglia di Bosworth, dove Enrico Tudor uccise re Riccardo III 

Questo fu in gran parte possibile grazie al fatto che la guerra delle due rose aveva letteralmente decimato la classe nobiliare e nel mentre avvenne da parte dei reali Tudor, la costruzione di un nuovo ceto emergente appartenente alla borghesia (middle class) lavoratrice.
L'ascesa di questi personaggi era strettamente collegata alla figura del sovrano, quindi non potevano permettersi tradimenti o voltafaccia.
Invece i pochi nobili rimasti, venivano tenuti sotto scacco grazie a vincoli di debito pesantissimi e spie ad ogni angolo, che potevano portare all'accusa di tradimento.
L'accusa di tradimento già nel medioevo comportava la perdita dei propri titoli e del proprio patrimonio che tornava immediatamente alla corona. Penalizzando così anche i discendenti dell'accusato, che si ritrovavano poveri dalla sera alla mattina.
Per fare un esempio in merito, Giorgio di Clarence dopo l'accusa di tradimento e la condanna a morte, perse i propri possedimenti ed anche quelli ereditati dalla moglie Isabella.
I loro figli, Margherita (3 anni) ed Edoardo (1 anno) rimasero orfani e poveri.
Verranno presi sotto la tutela degli zii Riccardo ed Anna, ma pur conservando il trattamento di cortesia, perderanno ogni avere con relativo diritto di successione alla corona degli York.

La 

contessa 

di 

Warwick. 

Più 


moglie 

che 

madre

Abbiamo parlato finora del terribile conte di Warwick, l'uomo che per amore della propria ambizione non esitò a sacrificare le proprie figlie sull'altare del dolore e dell'inutile sacrificio.
Ma davvero il conte ha fatto tutto da solo? È colpevole solo lui e nessun'altro? Certamente no.
Una riflessione approfondita merita anche il personaggio di Anne Beauchamp la moglie del conte, la madre di Isabella ed Anna.
Perché sappiate che in questa storia se il conte disgusta, la moglie ripugna.
Questa donna fin dall'inizio del romanzo, fa capire al lettore di essere totalmente e completamente d'accordo con il marito in tutte le scelte che compie.
Lei sa tutto, conosce tutto ed è la primissima persona con cui il conte pianifica ogni mossa. Lei condivide,  appoggia, se non è addirittura la prima a mettergli certe idee in testa.
Non le importa un bel niente delle figlie che disprezza in egual misura.
Probabilmente tanta cattiveria ed acidume derivano dal fatto che vede le figlie come una rappresentazione fisica del proprio fallimento nel generare un erede per il marito.
Tollera abbastanza la figlia Isabella mentre disprezza profondamente Anna definendola “cane” per via del carattere esageratamente ubbidiente ed accondiscendente nei confronti del padre ma anche verso la suocera Margherita d'Angiò.
Carattere che loro per primi hanno preteso e contribuito a forgiare.
Sembra quasi che la contessa veda nella secondogenita una piccola rivale nell'affetto del marito; per poi recepire un tradimento nei propri confronti, quando la vede sempre appresso alla suocera.
Roba da psichiatria.
La Beauchamp inoltre ha pure un carattere tendenzialmente infame. Appoggia sempre il marito e mai lo contesta, ma quando questi fallisce e si ritrovano a pagare le conseguenze delle loro scelte, è la prima a lamentarsi. Alle spalle.

Possibile ritratto di Anne Beauchamp, contessa di Warwick

La classica persona che lascia sempre che siano gli altri ad esporsi, ma poi è la prima a rinfacciare se le cose non vanno come dovuto.
Quando viene a sapere della morte del marito in battaglia e la vittoria degli York, abbandona Anna alla mercé dei nemici e va a rinchiudersi nell'abbazia di Beaulieu, approfittando del diritto di asilo.
Calmate le acque, come se nulla fosse, inonderà entrambe le figlie di lettere furiose PRETENDENDO che queste intercedano per lei, al fine di farla uscire e farsi restituire le sue proprietà.
Successivamente sarà portata a casa di Anna e Riccardo (il castello di Middleham) per impedire a Giorgio di rapirla e farsi consegnare tutto il patrimonio, e quindi finirà di fatto prigioniera della figlia e del genero.
In suddetto frangente, davvero stupida come poche, inizierà a pretendere che Anna abbandoni il marito.
Le mette orribili dubbi in testa circa la validità del suo matrimonio con Riccardo, cerca di farla dubitare di lui, ed esige che la segua contro il re per farsi restituire le terre (come se davvero avessero avuto anche solo mezza possibilità di riottenerle).
Questo genio arriverà a definire il nipote Edoardo davanti alla figlia “il bastardo di Riccardo” e pretenderà pure che lo rinneghi; invece non chiederà mai come si chiamino i figli di Isabella.
Anna ovviamente per tutta risposta la rinchiuderà nel castello di Middleham isolata a vita, mentre la figlia maggiore non si prenderà mai il disturbo di chiedere che fine ha fatto.
I fratelli York le sottrarranno ogni bene creando ad hoc un documento che la dichiara legalmente morta.
Se fosse morta davvero sarebbe stata un personaggio cento volte più dignitoso.

Il ritorno 

di 

Margherita 

d'Angiò 


del principe 

Edoardo 

di 

Lancaster

A volte ritornano.
Ed infatti eccoli qua, madre e figlio, più agguerriti e feroci di come li avevamo lasciati nel romanzo “La signora dei fiumi”.
Dopo lo sbarco di fortuna in Francia, Warwick capisce che ormai è inutile inventarsi nuovi sistemi per rendere Giorgio ed Isabella i nuovi monarchi, perciò punta su qualcuno la cui pretesa fosse indiscutibile.
Da qui l'alleanza con la regina esiliata Margherita d'Angiò (dopo una vita intera passata a combatterla e ad insultarla) e il matrimonio fra Anna ed il principe Edoardo di Lancaster.


Interpretazione pittorica di Margherita d'Angio'

Stranamente in questo romanzo il personaggio di Margherita d'Angiò è diventato più sopportabile. Gli anni l'hanno segnata e non è più una bellissima regina guerriera, ma piuttosto una donna appesantita e stanca ma dagli occhi sempre fiammeggianti.
Anna dopo aver avuto il terrore di questa regina lupa per tutta la vita, finisce in qualche modo per subirne il fascino, data l'ormai assodata propensione della ragazza per i caratteri forti e granitici.
Ripete persino a pappagallo ciò che dice la suocera, infastidendo non poco sua madre ed Isabella.
Da parte della regina c'è la ferma volontà di rendere Anna una sua versione più giovane. Detesta l'idea di aver dato il suo unico e preziosissimo figlio, alla figlia dell'uomo più odiato di tutta una vita; ma di fatto non ha molta scelta.

Particolare della regina Margherita 

Disprezza completamente Anna, ma sa che è il prezzo da pagare per avere l'aiuto dell'unico uomo che ritiene possa sconfiggere Edoardo di York. Perciò fa quel che deve.
Durante l'invasione in Inghilterra, la donna non perde la propria baldanza; cavalca per giorni sempre eretta, riorganizza eserciti, si prepara alle fughe. Dopo la prematura morte del conte, offre la possibilità ad Anna di continuare a seguirla oppure rinchiudersi con la madre nell'abbazia di Bealieu.
Anna accetta di seguirla perché ha bene in mente di come il padre fosse morto per renderla regina d'Inghilterra (se fosse andata via, madre e figlio avrebbero fatto annullare il matrimonio).
Dopo la definitiva cattura e la morte del figlio in battaglia, Margherita tenta prima di servirsi di Anna per corrompere Riccardo, e poi di sfruttarla per farsi graziare dal re York.
Ma sarà inutile: le due vengono subito separate perché gli York hanno differenti piani per loro.
Qui notiamo come l'inclinazione psicologica di Anna all'obbedienza sia talmente forte e radicata  che nemmeno di fronte a questo comportamento lei riesce a staccarsi dalla suocera, dovrà pensarci Riccardo per lei.
Commovente sarà l'ultimo incontro fra Giacometta e la ormai ex regina un tempo sua amica; le due si congedano con il gesto del cerchio per aria che simboleggia “La ruota della fortuna” e sorridono tra loro pensando a come la vita sia davvero un grandioso scherzo cosmico.
Margherita resterà per un po' nella Torre con il marito. Poi dopo qualche tempo ed ormai rimasta vedova, suo cugino il re di Francia, pagherà un riscatto per riaverla a casa.
La donna ormai non ha più né un figlio, né un marito. È una persona finita che di fatto vivrà per sempre come un'ombra di morte, in una vita che per lei ha ormai perso di ogni senso.
Il principe Edoardo di Lancaster lo avevamo lasciato come un bambino particolarmente viziato e crudele. In questo libro ormai ha 18 anni e viene sistemato con Anna che invece ne ha 15.
Lei fa di tutto per farsi apprezzare da lui ma è inutile; il principe è deciso a far finta che la ragazza non esista.
Fa finta di tollerarla solo perché la madre lo ha obbligato, maltratta fisicamente e psicologicamente la moglie, la quale subisce senza protestare. È descritto come un bellissimo ragazzo ma scolpito nel ghiaccio. Non mostra emozioni, né positive né negative.
Appare invece molto evidente come se Anna soffra del complesso di Elettra, lui invece patisca quello di Edipo. Parla solo con la madre, sorride solo alla madre, passeggia a braccetto con la madre, non ascolta nessuno se non la madre.

Litografia settecentesca del principe Edoardo di Lacanster

Tuttavia anche la sua enorme fiducia in lei crolla quando a Tewkesbury il principe si rende conto di come la genitrice sia impreparata ad affrontare il nemico York, a dimostrazione di come sia ancora un esigente viziatone.
Morirà nella battaglia di Tewkesbury ma non sappiamo come.
Nel romanzo Riccardo si rifiuta di riferire ad Anna (avvilita principalmente per come il sacrificio del padre sia stato inutile) come sia morto il marito.
Le versioni più accreditate sono due:
la prima vede un principe di Galles supplicante, decapitato su una roccia di fortuna per ordine di Giorgio di Clarence.
La seconda sostiene che venne portato al cospetto di re Edoardo e che questi tendenziosamente gli abbia chiesto perché combattesse contro di lui. Alla risposta di come questi fosse venuto a reclamare la legittima eredità di suo padre, venne ucciso dai fratelli York e William Hastings a colpi di spade.
Suppongo che la Gregory ritenga valida questa seconda versione, dato che Riccardo pare provi troppa vergogna a parlare della fine dell'ex principe di Galles.

Giorgio 

di 

Clarence, 

una sola 

ossessione

“Giorgio 
vive il domani 
come se 
qualcuno 
glie lo 
dovesse 
dare a titolo 
di favore”

(Philippa Gregory, Elisabetta Woodville “La regina della rosa bianca”).
Giorgio Plantageneto del casato di York, riceve il titolo di duca di Clarence da suo fratello Edoardo dopo che questi è riuscito ad ottenere la corona.
A causa della giovane età, almeno all'inizio, sembra un ragazzo molto gradevole: sorridente, carismatico, affascinante e galante.
È descritto come il più bello in assoluto dei tre fratelli York con dei magnifici capelli color oro, tanto che la madre lo adora e lo venera quasi fosse una divinità in terra.
Tuttavia più gli anni passano, più Giorgio con la maturità prende altre ed elevate sicurezze.
È estremamente viziato anche da suo fratello Edoardo che è fin troppo indulgente nei suoi confronti; addirittura gli conferisce il titolo di conte di Richmond senza nessun merito particolare, togliendolo al piccolo Enrico Tudor. 

Dopo cerca di ricoprirlo di onori e d'incarichi, sempre al fine di tenerlo tranquillo. Ma sarà tutto inutile. Più Giorgio riceve, più desidera ottenere.
In un capitolo di questo romanzo, la duchessa Cecilia fa capire neanche troppo velatamente che predilige Giorgio così come un tempo aveva prediletto il figlio Edmondo per il solo fatto che ... loro siano davvero figli di suo marito.
Edoardo invece era stato solo uno sbaglio. (Ovviamente tutto questo a livello solo ed esclusivamente romanzesco sia chiaro)
Istigato dalla madre e dalle proprie velleità di comando, Giorgio non si fermerà davanti a nulla pur di ottenere il trono. Sarà il genero ideale del conte di Warwick dato che i loro interessi coincidono.
Il guaio sarà quando questi interessi comuni svaniranno, visto che poi il suocero cambierà cavallo da corsa.
Giorgio da degno erede del conte farà lo stesso, tornando dal caro fratellone che lo riaccoglie solo perché (per sua fortuna) è un uomo che ama la famiglia unita.
Sposa abbastanza volentieri Isabella anche se non si capisce cosa provi effettivamente per lei. La conosce da quando era ragazzino visto che è cresciuto in casa di lei.
Inoltre Isabella gli porta in dote il titolo di conte di Warwick e metà del patrimonio di famiglia, rendendolo ricchissimo.
Questo gli va bene, ma non benissimo. Infatti dopo la morte di Warwick, si fa aiutare dalla moglie a derubare Anna della sua parte di eredità e sarà l'intervento del fratello Riccardo ad impedirglielo.

Ritratto di Giorgio duca di Clarence

Storicamente dato che Giorgio era stato nominato dallo stesso Edoardo “tutore” di Anna, per permettere il matrimonio del fratello con la cognata, vorrà una parte dell'eredità e la carica di Gran Ciambellano appartenente appunto a Riccardo. Era l'incarico più prestigioso d'Inghilterra.
Tuttavia ancora non è soddisfatto. Si mette a scimmiottare il defunto suocero copiando il suo modo di governare, infatti non si nega a nessuno, nemmeno all'ultimo degli straccivendoli, pur di raccattare ogni possibile alleato per detronizzare il fratello.
Mette in giro la solita storiella (avallata silenziosamente dalla madre) sul fatto che Edoardo sia figlio di un arciere; cerca di trascinare con sé il fratello Riccardo sfruttando il suo odio per la famiglia Woodville; chiama i due figli maschi che avrà da Isabella, Edward e Richard palesemente per dimostrare che quello che sa fare suo fratello (i due principi Edoardo e Riccardo) può farlo anche lui.
Riccardo in un passo del romanzo, gli rammenta di come egli sia ancora vivo solo perché Edoardo è un fratello troppo gentile per ammazzarlo.
Ma anche la pazienza del nostro re gigante ha un limite. Giorgio ad un certo punto perde proprio la testa, insulta apertamente la regina dandole della strega e quando Isabella muore di setticemia, fa uccidere la sua serva Ankarette con l'accusa di aver avvelenato la moglie.
Dopo la morte del figlio secondogenito Richard, Giorgio fa uccidere anche l'uomo che secondo lui aveva avvelenato il bimbo, sostenendo che fosse un'altra spia al servizio della Woodville.
(Nel romanzo “La regina della rosa bianca” Ankarette era davvero una spia della Woodville, ma era stata messa lì solo per sorvegliare il cognato, dato che complottava continuamente contro di loro)
Clarence passa quindi a raccattare maghi, indovini e stregoni per proteggersi dalla cognata; pretende che il fratello lo faccia sposare o con Maria di Borgogna (la più ricca ereditiera d'Europa) oppure con la cugina del re di Scozia.

Giorgio di Clarence

Almeno all'inizio Edoardo la prende a ridere, ma quando scopre che il fratello si sta organizzando segretamente con il re di Francia per ucciderlo e sostituirlo, lo scherzo smette di divertirlo.
La regina è sempre più impaurita ed Edoardo non può più tirarsi indietro. Prima lo fa imprigionare, poi gli darà la possibilità di scegliere come morire, purché lo faccia.
Giorgio aveva preteso un duello a singolar tenzone, ultimo tentativo di prendersi la corona; ma Edoardo non era certo così stupido.
Alla fine quando Giorgio comprende FINALMENTE che ormai è proprio finita, sceglie di farsi affogare in una botte di vino Malvasia. Il vino preferito di Elisabetta.

Questo espediente della morte nel vino, la Gregory l'ha ripreso dalla tragedia di Shakespeare "Riccardo III". Il vero Giorgio di Clarence fu semplicemente pugnalato nel suo appartamento nella Torre. Come richiesto dal duca.
Paradossalmente la morte di Clarence che aveva dato tanta pace alla Woodville, sarà di fatto l'inizio della sua rovina.
Riccardo (che all'inizio era sempre stato molto obiettivo verso di lei) non perdonerà mai alla cognata il ruolo di primissimo piano avuto nella condanna del fratello.
La regina bianca si guadagnerà così un nemico molto più pericoloso di quello che potevano essere Warwick e Giorgio.
Il duca di Clarence è un millantatore, un cronico bugiardo (mente spesso ad Anna e Riccardo praticamente su tutto, ed ovviamente solo lei gli crede), un viziato, un falso, un traditore, un invidioso, un omicida. Un vero poveretto.
È il vero antagonista di questa storia, anche se privo del carisma di Warwick, del coraggio di Margherita d'Angiò, della freddezza di Edoardo di Lancaster, dell'astuzia di Riccardo. Un cattivo totalmente stupido ed insipido.
Cosa possa aver mai potuto amare Isabella con tanta devozione e tanto ardore … solo il cielo lo sa.
Tuttavia di una cosa sono assolutamente certa: Giorgio ed Isabella erano davvero due anime dal destino legato ed indissolubile.
Isabella morì il 22 Dicembre 1476 a 27 anni e Giorgio la seguirà nella tomba il 18 Febbraio 1478 a 29 anni.

Riccardo 

di 

Gloucester, 

il trionfo 

di una 

voluta 

ambiguità

“Riccardo 
vive 
come se 
non 
volesse 
un 
domani”

(Philippa Gregory, Elisabetta Woodville  “La regina della rosa bianca”).
Il cucciolo debole della nidiata” così viene definito da Elisabetta Woodville la prima volta che lo vede.
Riccardo è l'ultimo figlio del duca di York (tra l'altro il piu' somigliante al padre), piccolissimo di statura, estremamente magro e debole, con una leggera gobba che lui nascondeva abilmente sotto i vestiti (ma nel romanzo non viene detto perché toglierebbe fascino al personaggio) e secondo Shakespeare nato pure podalico (ai tempi era considerato simbolo di malvagità), tanto per arricchire un po' il piatto.
Quando il fratello maggiore diventa re, Riccardo viene insignito del titolo di duca di Gloucester e viene allevato e cresciuto in casa del conte di Warwick, dove da bravo scolaretto, impara tutto, ma proprio tutto su come governare.
Anna nel romanzo sin da piccola rimane affascinata da lui, in quanto lo percepisce come un'anima molto simile alla sua. Un ragazzo nato ultimo in una famiglia iper competitiva che non lo vede, non lo sente, non lo considera. Soprattutto la madre.
Non possiede il vergognoso fascino di Edoardo e nemmeno la sfacciata bellezza di Giorgio.
È il fratello deboluccio, mingherlino, che lotta come una furia a cavallo, nei tornei, nelle competizioni, con la foga di chi vuole dimostrare di essere qualcuno. Per diventare più forte. Legge tutti i romanzi dei cavalieri medievali, Artù, Ginevra,Camelot e vive di questi miti.

Volto in cera di Riccardo di Gloucester, ricostruito dal suo teschio e con i ritratti.


Sceglie come motto personale: “ Loyaultè me lie” ossia “La lealtà mi lega” e niente gli interessa di più dell'onore. In battaglia non si tira mai e dico mai indietro.
Questo è in assoluto il personaggio peggio costruito di questa storia. Non perché io sia la detentrice della verità assoluta riguardo al vero carattere di questi personaggi, ma solo per una questione prettamente ed esclusivamente narrativa.
Riccardo mi è stato rappresentato come uno schizofrenico. Me lo hanno proprio sfasciato.
La Gregory si trova di fronte ad uno dei personaggi più complessi della storia d'Inghilterra, la cui vera identità e fama sono state distrutte da decenni di propaganda Tudor, con il mitico Shakespeare avanti a tutti.
È convinta della palese faziosità dei Tudor, ma non ha il coraggio attraverso questi romanzi, di smentire definitivamente quest'immagine ormai divenuta profondamente radicata.
Come? Semplice. Costruisce il personaggio di Riccardo in un modo completamente, totalmente e soprattutto volutamente ambiguo.

Ritratto di re Riccardo III

Un lettore non sa come valutarlo. Finisci di leggere tutti e tre i romanzi di questa triade e tu non hai ancora capito quest'uomo che persona fosse. Da che parte stava. Cosa pensava. Dove voleva davvero arrivare. Chi amava veramente.
A livello oggettivo sappiamo soltanto che finché visse re Edoardo IV fu il fratello migliore mai esistito: mai un tradimento, mai un problema, mai una minaccia.
Fu sempre al suo fianco in tutte le battaglie, eseguì sempre gli ordini, lavorò sempre per lui nel miglior modo possibile.
Si sforzò di metter pace fra lui e Giorgio e sopportò la regina con inesauribile famiglia annessa, benché li percepisse come una minaccia al loro casato e fosse ben consapevole dell'esagerata influenza della cognata.
Ma mai si lamentò. Mai diede segni di protesta. Fino alla condanna di Giorgio. Non potendo inimicarsi la regina, preferì ritirarsi nel nord senza fare mai più ritorno a corte, se non quando strettamente necessario.
Re Edoardo diede a Riccardo il possesso di tutto il nord dell'Inghilterra per via della sconfinata fiducia riposta (nonché meritata) in lui e questi governò con lo stesso stile di Warwick.
Fu anche molto abile a proteggere i confini dalle frequenti invasioni scozzesi. Mai un problema.
Il matrimonio con Anna Neville viene costruito in modo molto ambiguo; Riccardo ufficialmente sposa Anna per amore, ma non è un mistero per nessuno che sposandola si sia di fatto impadronito di metà del patrimonio del suocero.
La coppia si sposa senza la dispensa papale ma lui dice ad Anna che la chiederà in seguito.

Ritratto di re Riccardo III
Storicamente la dispensa papale fu regolarmente richiesta dopo le nozze ed ottenuta (Anna e Riccardo erano cugini/cognati).
Nel romanzo la contessa di Warwick mette una pulce nell'orecchio della figlia sul fatto che Riccardo l'abbia sposata per avere il suo patrimonio e poi separarsi grazie alla mancata richiesta della dispensa.
Personalmente l'ho trovato uno scivolone allucinante soprattutto perché questa è una sottotrama che non ha nessun risvolto. Anna avrà troppa paura a parlare con Riccardo dei suoi dubbi e la cosa finisce in niente.
Ovvio che finisce in niente, la dispensa era stata regolarmente richiesta, approvata ed infine era arrivata. Non si poteva ulteriormente approfondire una questione che di fatto non sussisteva.
Ah dimenticavo; in dodici anni di matrimonio neanche un'amante (anche nella storia vera). Niente. Riccardo infatti era ben noto per non apprezzare l'atteggiamento diciamo …  poco regale del fratello maggiore e si teneva rigorosamente alla larga.
Ebbe due figli illegittimi (John e Catherine) che riconobbe, ma nacquero prima del matrimonio con Anna.
Bassorilievo (di eta' posteriore) di re Riccardo con la moglie Anna ed il figlio Edoardo

Alla morte del re, Riccardo viene nominato Lord protettore e nel romanzo il suo obiettivo prioritario è fare esattamente ciò che suo fratello voleva da lui, ma allontanando tutti i Woodville.
Tuttavia non riesce nell'intento, dato che la regina madre si rivela più pericolosa del previsto; avere poi anche un nipote che è stato allevato a considerarlo un estraneo, non facilita le cose.
Istigato dalla duchessa Cecilia, alla fine decide di risolvere il problema alla radice: fa dichiarare il fratello defunto bigamo e delegittima tutta la prole della Woodville.
Poi affida la custodia dei nipoti maschi (ormai diseredati) a persone che hanno tutto l'interesse ad ucciderli e quando questi vengono uccisi per davvero, lui non sa nemmeno come sia potuto accadere e nemmeno indaga. È solo furioso che la sua immacolata reputazione sia finita alle ortiche.
La faccenda dei principi della Torre l'ho spiegata esaurientemente nella recensione del romanzo “La regina della rosa bianca” per cui non ci ritornerò.
Dopo essere diventato re e posteriormente alla morte del figlio Edoardo, come per magia Riccardo mi passa definitivamente dalle stelle alle stalle.

Ritratto di re Riccardo III
Riccardo per tutto il romanzo mostra di amare concretamente Anna, cerca sempre di proteggerla, ama il loro figlio, è un marito semplicemente perfetto. Poi?
E poi vede la nipote Elisabetta di York ormai 19enne e non capisce più niente.
Rincuora Anna sul fatto che il sedurre la nipotina fa solo parte di una scelta politica volta ad umiliare il pretendente Enrico Tudor, ma poi le dice pure che la proteggerà perché pare che qualcuno voglia avvelenarla. Infatti poco dopo Anna muore.

(Ad uccidere Anna probabilmente fu la consunzione)
Nel romanzo successivo “Una principessa per due re” scopriremo addirittura che Riccardo aveva preso la nipote come amante e che meditava di sposarla, cosa che si era già vista nel romanzo “La regina della rosa bianca”.
In questo libro non si capisce nulla della questione. Riccardo passa le giornate a civettare con la nipote, ma dato che il punto di vista è quello di Anna, non viene fatto chiaramente capire dove il marito voglia andare a parare. C'è sempre questa pesantissima ed insopportabile ambiguità del personaggio.

Vetrata del castello di Cardiff raffigurante re Riccardo III con il figlio Edoardo

Quindi dopo aver passato tutto il libro a disprezzare i Woodville, dopo aver fatto delegittimare i nipoti, dopo aver sempre parlato di onore e di quanto tenesse alla propria reputazione manda tutto all'aria per una ragazzina? Manco fosse stata l'ultima donna rimasta sulla Terra.
Ho già analizzato a fondo la questione di quest'incesto nella mia recensione sul romanzo “La regina della rosa bianca” e per delicatezza di stomaco non intendo ritornarci.
Questo personaggio è fatto male perché non è coerente. Mi dispiace ma no, non basta l'aver visto una bella ragazzetta per giustificare un voltafaccia caratteriale così repentino, ingiustificato, ma soprattutto TOTALE.
Philippa Gregory doveva decidere: o uomo o mostro. Non ci sono altre vie di mezzo, non per me.
Io posso solo dire che innamorato oppure no (ma io sono assolutamente sicura di sì) il loro destino era intrecciato in maniera indissolubile.
Il giorno della morte di Anna avvenuta il 16 Marzo 1485 ci fu un'eclissi solare, simbolo di cambiamento e stravolgimento per l'epoca. sei mesi dopo, il 22 Agosto 1485 Riccardo a quasi 32 anni la segue nella tomba, ucciso nella battaglia di Bosworth.

Fu decapitato da Lord Stanley durante la battaglia, e il suo corpo nudo gettato in una fossa. Le sue ossa sono state ritrovate in un parcheggio di Leicester nel 2013.

Hanno scoperto che era lui grazie ad una comparazione del DNA con una discendente di sua sorella Anna di York.


Disegno di re Riccardo III

Due fratelli e due sorelle, per un solo, unico ed inesorabile destino.

Considerazioni 

finali

Avrete sicuramente notato come in questa recensione certe parole del mondo della psicologia siano state molto utilizzate: l'ambizione di Warwick, l'ossessione e la pazzia di Giorgio, la paranoia di Isabella ed Anna, l'ambiguità e la schizofrenia di Riccardo, il complesso di Edipo di Edoardo di Lancaster o di Elettra nel caso di Anna, la sindrome di Stoccolma di Anna, la sociopatia della contessa di Warwick, i deliri di onnipotenza di Margherita d'Angiò.
Infatti i personaggi di questa storia son tutti da psicanalisi e di quelle molto costose. Chi più chi meno.
Ed è esattamente il vademecum che voglio lasciarvi per incitarvi a leggere questo libro; questo è un romanzo straordinariamente complesso nella propria apparente semplicità.
Porta il lettore ad approfondire gli oscuri meandri della psiche umana.

Fa riflettere sul male terrificante che genera la mancata comunicazione e lo scarso affetto tra le persone, visto che qui nessuno parla chiaramente con nessuno.
È il romanzo ideale per chi ama esplorare la mente, i viaggi cervellotici, il sottile confine tra il detto e il non detto.
Il tutto mascherato da una semplice ed apparentemente classica lotta per il potere.
Perché si sa, è solo in questi frangenti, che la pericolosità dell'animo umano viene davvero veramente fuori.

Autore MLG

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