Recensione: La sesta moglie
La
sesta
moglie
Struttura
del
romanzo
“La sesta moglie” è uno dei romanzi storici appartenenti al ciclo Tudor, dell'autrice britannica Philippa Gregory.
Nonostante nel Regno Unito suddetta opera sia stata pubblicata nel 2015, da noi in Italia è arrivata soltanto nel 2018. Per l'immensa gioia di noi appassionati, devo dire meglio tardi che mai.
Anche questo libro ovviamente è a cura di Marina Deppish che ha optato per un cambio dal titolo originale a quello italico.
Infatti il titolo primogenito del manoscritto era “The taming of the queen” letteralmente “La regina addomesticata”. Un titolo molto forte, decisamente d'impatto. Poi capiremo perché.
La Deppish diplomaticamente e sensatamente, ha invece deliberato per “La sesta moglie”. Questa credo che sia in assoluto la prima volta che prediligo la versione nostrana a quella originale.
Il romanzo è interamente incentrato su Caterina Parr, una donna passata alla storia per essere stata la sesta ed ultima moglie di re Enrico VIII d'Inghilterra. Pertanto nel libro vengono narrati i quasi 5 anni da lei vissuti nel ruolo di regina consorte.
Il titolo originale dicevo, è troppo forte, ed onestamente lascia ben intendere il suo significato più profondo solo una volta che il libro è stato letto, non prima.
La Parr non è certamente famosa presso il grande pubblico per essere stata una specie di regina combattente, quindi trovo che la versione italiana sia molto più adatta oltre che foneticamente accattivante anche per un lettore neofita.
Quindi mi trovo totalmente d'accordo con questo cambio. Stranamente.
Nel libro abbiamo la narrazione impostata dal punto di vista esclusivo di Caterina Parr, la sola narratrice protagonista, avendo così un ritorno allo stile dei romanzi che avevano per protagoniste le donne della guerra delle rose.
I capitoli sono pochi, molto lunghi ed hanno per intitolazione solo il luogo e la data in cui si verificano gli eventi. Lo stile riflette alla perfezione l'indole della protagonista: pacato, rilassato, disteso. Persino nelle scene di pathos o dove vi è comunque molta tensione.
Si percepisce sempre una vena di malinconia nel suo modo di raccontare, delineando alla perfezione la propria infelice condizione e quello strano destino di morte che ha sempre aleggiato su chiunque abbia mai avuto a che fare con il re inglese.
Mi sconcerta ed affascina sempre la capacità della Gregory di riuscire ad immedesimarsi totalmente nella psiche dei suoi personaggi, adeguando così lo stile narrativo alle loro personalità. È un dettaglio che solo recentemente ho cominciato a notare, proprio scrivendo queste recensioni.
“La sesta moglie” non è tra i romanzi più lunghi composti dall'autrice inglese ed ha una lettura veloce e scorrevole.
Oltre ai quasi 5 anni di regno della protagonista, al lettore viene presentata anche la fine del personaggio probabilmente più detestato in assoluto di tutta la saga: re Enrico VIII d'Inghilterra, che finalmente finisce nel luogo che meglio riflette la sua personalità: il regno dell'Ade.
Caterina
Parr,
una
regina
in
itinere
Certamente non la più famosa tra le sei consorti di Enrico VIII, è stato per me un vero piacere scoprirne la storia personale, la psicologia, i suoi sogni ed i suoi desideri.
Soprattutto perché in questo libro un lettore ha modo di rendersi conto come questa donna sia stata semplicemente la più straordinaria tra tutte le consorti avute dal monarca. Una donna lottatrice, che ha dato tanto e senza riserve, facendo sempre della voglia di vivere (nonché della prudenza) il suo più grande stendardo.
È finita eclissata completamente dal lignaggio reale e dalla regalità di Caterina d'Aragona, dalla determinazione e dallo spirito calcolatore di Anna Bolena, nonché dalla morte/martirio di Jane Seymour.
Non aveva potenti alleati esteri come Anna di Cleves, né la sua esplicita simpatia. Né tantomeno il fascino esasperato della gioventù di Caterina Howard.
Eppure nonostante questo, nei suoi quasi 5 anni di matrimonio con re Enrico, Caterina ha saputo lottare per gradi, in una lunga e silenziosa guerra di logoramento.
Il suo vissuto l'ha fatta passare per una donna pressoché irrilevante agli occhi di una storia troppo presa dalle plateali guerre di sopravvivenza condotte dalle altre regine.
Con una costanza incredibile, la cosiddetta sesta moglie è riuscita a fare la differenza nel futuro del suo stesso Paese. Cominciando proprio dal cambiare se stessa. Cosa che nessuna moglie di Enrico ebbe mai la maturità o l'umiltà di fare.
Il romanzo infatti è profondamente incentrato sulla crescita interiore della donna, la quale come un fiore sbocciato in pieno inverno, riesce a prendere piena consapevolezza di se stessa solo quando paradossalmente si ritrova maritata all'uxoricida più pericoloso d'Europa.
Riuscendo così a realizzare quello che forse era davvero la sua grande missione di vita.
Il passato
Proprio perché il libro è incentrato sui quasi 5 anni trascorsi dalla donna come regina d'Inghilterra, non viene detto quasi nulla sul suo passato a parte pochi riferimenti nel corso della narrazione.
Caterina Parr nacque con ogni probabilità nell'Agosto del 1412 a Blackfriars, figlia di sir Thomas Parr e di Maud Green. Ha un lignaggio notevole; basti dire che è imparentata con lo stesso Enrico VIII, sia pur molto alla lontana.
Oltre a lei, che è la figlia più grande, arrivano all'età adulta suo fratello William e la sorella Anne che in tutto il libro viene sempre chiamata Nan.
Viene spesso fatto notare come essendo la figlia primogenita, Caterina si sia sempre dovuta sacrificare per gli interessi della famiglia, soprattutto per permettere di avanzare il pigro fratello William, il beniamino della madre.
William è un bravo ragazzo ma con decisamente ben poche capacità. Ovviamente anche la sorella Nan subirà successivamente lo stesso trattamento, ma a differenza della sorella maggiore, notiamo come questa spicchi per un temperamento più pratico, critico e decisamente più arguto.
Caterina aveva ricevuto lo stesso nome della regina Caterina d'Aragona in quanto sua madre Maud aveva sempre avuto una vera e propria idolatria nei confronti della regina spagnola.
A 17 anni la ragazza aveva dovuto sposare sir Edward Burgh, il nipote ed erede del barone Thomas di Burgh. Il matrimonio non era stato un gran successo. Edward è un ragazzo mentalmente e fisicamente fragile, pigro e molto poco interessato alla giovane sposa. Muore di malattia nel 1533 dopo quasi 4 anni di matrimonio.
Terminato l'anno di vedovanza, Caterina a 22 anni viene obbligata dalla famiglia a sposare un ricco possidente del nord: John Neville, barone di Latimer.
Neville è appena rimasto vedovo della moglie Dorothy de Vere, dalla quale ha avuto due figli: John e Margaret. Nel romanzo Caterina chiarisce spesso come il secondo marito fosse un uomo freddo e pratico, poco interessato ai suoi bisogni; ma soltanto desideroso di avere in lei soltanto una devota collaboratrice ed un'infaticabile compagna di vita.
Più una dipendente che una moglie insomma.
Caterina in questo farà del suo meglio. Non avrà figli da lui, ma farà l'impossibile per allevare John e Margaret come propri e sostituire degnamente il marito durante le sue essenze.
Come tutti i lord del nord, Latimer era sempre stato a favore della Chiesa Cattolica, perciò mai accettò le riforme portate in Inghilterra da Anna Bolena e gli scompigli da essa causati.
Perciò quando scoppia la rivolta dei pellegrini nel famoso ‘Pellegrinaggio di Grazia' (che abbiamo già visto nel romanzo “La maledizione del re”), Latimer viene portato via dai ribelli affinché si unisca a loro.
Caterina rimane traumatizzata dalla furia omicida con cui quegli uomini avevano invaso il castello e minacciato la famiglia, tenendoli pure in ostaggio al fine di costringere Latimer a collaborare. Il ritorno del barone sistema ogni cosa ma non la sua posizione a corte che ne esce profondamente danneggiata.
Nel sud del Paese non è ben chiaro se Latimer sia stato effettivamente preso in ostaggio dai ribelli oppure in qualche modo li abbia appoggiati segretamente. Non avendo delle prove concrete contro di lui e godendo questi dell'appoggio della famiglia di Caterina, alla fine lord Latimer ne esce quantomeno illeso.
Approfittando di questa reputazione molto poco chiara, Cromwell per diversi anni ricatta Neville minacciando di denunciarlo al re per posizioni filo papiste. Latimer suo malgrado, asseconda il ministro fino alla sua decapitazione per tradimento.
Nel 1542 il barone e la sua consorte si recano a Londra dove Caterina va a trovare il fratello e la sorella (la quale aveva sposato lord Herbert ed aveva sempre vissuto a corte come dama di compagnia delle infinite regine di Enrico).
Qui lady Latimer incontra l'uomo della sua vita: Thomas Seymour, fratello della defunta regina Jane nonché zio del principe Edoardo, il figlio di re Enrico.
S'innamorano subito e dato che Neville è molto vecchio, i due con ogni probabilità avevano programmato il matrimonio subito dopo la sua dipartita. Infatti nell'inverno del 1542 il barone muore, lasciando Caterina custode della figlia Margaret e nominandola erede delle sue proprietà.
Prima di rientrare al nord per occuparsi dei nuovi possedimenti, Caterina decide di recarsi in visita presso lady Maria Tudor, la figlia della mai dimenticata regina Caterina d'Aragona. A Maria la donna piace talmente tanto da volerla con sé nella sua piccola corte.
E sarà proprio nella residenza della figlia che re Enrico la vedrà per la prima volta.
Caterina è una bella vedova di 30 anni: capelli ramati, carnagione bianca, occhi azzurri. Non ha mai avuto figli ed ha una ricca eredità. Non meno importante, ha vissuto nel nord dell'Inghilterra tutta la vita. Conosceva solo per sentito dire e molto vagamente le penose storie coniugali di Enrico.
Ed è qui, proprio a questo punto, che Caterina da sempre eclissata dal proprio senso del dovere, nonché ancora completamente ignorante dei propri talenti, finalmente sboccia come persona e paradossalmente, proprio nel tremendo gelo del matrimonio Tudor.
Il presente
Il romanzo comincia a questo punto. Lei che ormai è vedova, è libera e sta solo pensando a coronare il suo sogno d'amore con Thomas Seymour di cui è diventata l'amante segreta in attesa del termine dell'anno di lutto.
Ma re Enrico come un fulmine a ciel sereno li anticipa, chiedendo a Caterina di sposarlo. Il tutto completamente all'improvviso. Il re è un 50enne grasso, obeso, puzzolente, dalla bocca guasta, i denti marci ed una gamba che puzza costantemente di decomposizione. E tutto questo è il minore dei mali.
Caterina ovviamente non vuole sposarlo. Ma Enrico non è uomo a cui si possa dire di no.
Le future nozze con Thomas vanno quindi a farsi benedire.
All'inizio Thomas che non ha mai sopportato il re, propone di venire allo scoperto, ma Caterina sa che la vendetta di Enrico sarebbe tremenda per entrambi. Decide ancora una volta di fare appello al suo infinito senso del dovere ma soprattutto all'amore che prova per Thomas, puntando a proteggerlo.
Dice addio per sempre all'unico uomo che abbia mai amato, il quale il giorno stesso delle nozze accetta un incarico come ambasciatore nelle Fiandre e lascia l'Inghilterra.
Da quel giorno in poi Caterina sarà sempre ossessionata da un sogno.
Sente di essere diventata Santa Trifina che ogni notte sale le scale di una torre costantemente accompagnata da un penetrante lezzo di morte.
La leggenda di Santa Trifina
La leggenda di questa donna è tutt'oggi considerata alla base della storia dell'uxoricida Barbablù.
Trifina era la moglie di Jonas, figlio di re Deroch (conte della Dumnonia) e aveva avuto da lui il figlio Judael. In seguito Jonas fu ucciso da Conomor il maledetto e questi sposò Trifina con la forza, minacciandola di invadere e distruggere le terre di suo padre.
Conomor prima di Trifina, si era sposato quattro volte. Durante l'assenza del marito la donna salendo le scale di una torre, trova una stanza segreta che contiene i resti delle quattro mogli morte. Queste sotto forma di spettri, l'avvertono di non rimanere mai incinta. Conomor vuole le donne solo per il piacere, inoltre una profezia gli ha prefetto che sarebbe morto per mano di un suo figlio.
Ma ormai è tardi per l'avvertimento, Trifina è incinta. Conomor la uccide immediatamente ma nella leggenda la donna viene riportata in vita da Santo Gildas, riuscendo così a farle partorire il figlio Tremeur. Alcune versioni dicono che Conomor uccise anche Tremeur mentre altre che l'uxoricida morì sotto il crollo del suo stesso castello.
La regina Trifina
Caterina si trova così catapultata nel mondo della corte inglese, con sua sorella Nan nel ruolo di prima dama di compagnia. Questa le dispensa costantemente consigli basandosi sulle esperienze vissute dalle precedenti consorti di Enrico.
Nan è un personaggio cardine della vicenda: attenta, prudente, astuta. Dispensa consigli, elabora strategie. Davvero un bel personaggio.
Sua l'idea di dare a Caterina una particolare bevanda alle erbe ogni mattina per impedirle di concepire.
È convinta che il re non sia capace di generare un figlio sano e quindi preferisce che questi rimanga per sempre nell'attesa che la sorella resti incinta. Se Caterina dovesse perdere il bambino o peggio, il re le darebbe la colpa e se ne sbarazzerebbe subito.
Ovviamente ritengo sia una simpatica trovata letteraria. Enrico all'epoca era davvero troppo malridotto per poter generare l'erede che non era riuscito a fare con Anna di Cleves e Caterina Howard.
Ritengo sia un richiamo alla leggenda di Trifina.
Caterina almeno all'inizio è completamente stordita e confusa da una situazione che le è sfuggita di mano troppo in fretta; si vede come una donna mediocre, senza particolari interessi, non esattamente interessata ad usare il posto appena ottenuto per fare la differenza.
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| Ritratto della regina Caterina Parr, qui volutamente invecchiata per farla apparire piu' vicina all'eta' del re |
Infatti viene pesantemente spinta dalla sorella, dal fratello, dai familiari e da dame come Catherine Brandon (la quarta moglie di Charles Brandon, il vedovo della principessa Maria Tudor, sorella di re Enrico) ed Anne Seymour (moglie di Edward Seymour nonché la cognata di Thomas) per cercare di favorire la causa riformista presso il re.
Il romanzo è profondamente incentrato sulla feroce divisione fra papisti e riformisti in cui è scivolata l'Inghilterra di re Enrico.
Il re in tutto questo, ha una convinzione tutta personale basata rigorosamente su cosa personalmente gli conviene.
Perciò cerca di confondere entrambe le fazioni spingendoli ad eliminarsi a vicenda in modo tale che gli rimangano sempre fedeli e non abbiano il tempo di complottare contro di lui.
Enrico per questo atteggiamento si ritiene un grande stratega e se ne compiace costantemente; ma l'unico risultato concreto che ottiene è far impazzire di paura le persone intorno a lui, cosicché il suo regno non progredisce né regredisce.
Dalla parte dei papisti abbiamo l'odioso vescovo Stephen Gardiner, il duca di Norfolk e con lui, l'intera famiglia Howard. Dalla parte dei riformisti, la famiglia Seymour e l'arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer.
Caterina non è molto interessata alle questioni religiose e sa di non poter influenzare il sovrano. Enrico da parte sua almeno all'inizio del libro è una perla di marito. Giuro neanche sembra lui. Gentile, affettuoso, attento, deciso a farla felice. Caterina infatti non dico che s'innamora di lui, ma riesce a volergli bene come non aveva mai fatto con nessuno dei due precedenti mariti.
Caterina scopre così di essere diventata una vera compagna.
Ma è difficile fare i conti con le ombre lasciate dalle altre regine. A pesarle maggiormente è l'impossibile confronto con la regina Jane Seymour (di cui lei personalmente non ha affatto una bella opinione) che ormai agli occhi di Enrico è ascesa al livello della santità.
Epica la scena inventata dalla Gregory dove Caterina posa per un ritratto di famiglia dove dovrebbero comparire lei, il re, il principe e le principesse (appena reintegrate al loro titolo). Per poi scoprire che lei è servita solo come modello per il corpo, mentre la faccia è quella di Jane Seymour.
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| Il ritratto incriminato: ovviamente, e' palese come il re e Jane siano stati copiati da vecchi ritratti di Hans Holbein |
Anche il confronto con la rediviva Anna di Cleves non è piacevole. La ex regina tedesca anche se non palesemente, le fa capire come non valga minimamente la pena cercare l'amicizia di una donna che presto morirà. Enrico poi ha il solito pessimo gusto di constatare come Anna sia notevolmente migliorata in Inghilterra e che forse aveva sbagliato ad annullare le loro nozze.
Esattamente come fatto come consorte del barone di Latimer, Caterina riesce a compiere un'impresa che nessuna moglie di Enrico era mai riuscita a fare: ricostruisce la famiglia Tudor.
Caterina riconcilia il re con la figlia Maria, riesce finalmente a fargli capire che Elisabetta è veramente figlia sua e riavvicina a loro Edoardo che Enrico ha fatto allevare lontano, da solo, come un bambin Gesù in un presepio.
Caterina non riuscirà ad avere un rapporto stretto con il bambino a causa della gelosia del padre e del fatto che sempre secondo costui, Caterina non deve osare oscurare Jane agli occhi di Edoardo.
Dulcis in fundo riesce a far reintegrare Maria ed Elisabetta nel loro status reale, tanto che vengono inserite nella successione subito dopo il principe Edoardo. Caterina al fine di dare un buon esempio ai figliastri, decide anche di mettersi a studiare al fine di potenziare il proprio latino ed imparare il greco. Sceglie come motto personale: ‘Essere utile in tutto ciò che faccio'.
Caterina scopre così di essere una buona madre.
Da Luglio a Settembre del 1544 Enrico parte in guerra contro la Francia con l'intento di espugnare Parigi. Non riuscendoci, assedia e conquista Boulogne.
Durante la sua assenza, Caterina viene nominata reggente. Onore che era toccato solo e soltanto a Caterina d'Aragona. La donna raccoglie fondi, manda approvvigionamenti al marito lontano, tiene le riunioni del consiglio, si avvale dei consigli che riceve. In tutto questo, Maria ed Elisabetta osservano e soprattutto quest'ultima, realizza tramite la matrigna come la monarchia non sia una questione di potere, ma solo di grande responsabilità.
Caterina scopre così di essere un esempio (oltre che una buona governante).
Incoraggiata dalle dame della sua casa tiene dei salotti dove accoglie predicatori da ogni parte del mondo, trascorrendo pomeriggi aperti a discussioni intellettuali; tanto che studiando e leggendo, Caterina inizia a prendere confidenza con la causa della riforma protestante e la propria personale passione per la scrittura.
All'inizio pubblica una traduzione dal latino all'inglese di ‘Salmi e preghiere' del compianto vescovo Fisher. Prudentemente li fa pubblicare in forma anonima.
Tempo dopo, incoraggiata dall'arcivescovo Thomas Cranmer e dallo stesso Enrico orgoglioso di avere una moglie e delle figlie intellettuali, pubblica a suo nome ‘Preghiere e meditazioni'. Subito dopo incomincia la composizione della sua opera personale: ‘Lamento di una peccatrice'.
È meravigliosa la riflessione profonda impostata dall'autrice su Caterina che assieme al talento nella scrittura, scopre semplicemente se stessa. La sua passione, il suo talento, e con esso l'esempio che questo può contribuire a dare.
Quel realizzare come le sue opere siano i figli che non ha mai avuto nonché ciò che resterà di lei dopo di lei.
In tutto questo Maria (con cui resta comunque una certa divisione in materia di religione) ma soprattutto Elisabetta, le saranno sempre accanto ad osservarla costantemente, come ad imprimere nella loro mente una futura memoria.
Caterina scopre così la sua vera vocazione.
Pertanto quella riforma religiosa vista con tanta indifferenza all'inizio, diventa parte di lei. Caterina s'identifica nella causa protestante prima debolmente, poi più consapevolmente in un processo di crescita senza fine.
Il libro presenta dei passaggi che spiegano molto bene il cuore e tutto ciò che sta alla base del pensiero protestante. Nel contatto diretto con Dio, nel silenzio della preghiera individuale, il tutto descritto con una semplicità che solo un vero credente possiede.
Caterina scopre così la fede.
Tuttavia la sua ricerca spirituale procede parallelamente con l'estinzione delle superstizioni cattoliche. Soprattutto la corruzione ed il giro infernale di denaro creato dagli ecclesiastici per diventare più potenti.
Caterina con il tempo diventa troppo appassionata, troppo devota, troppo intelligente, troppo convinta, troppo elegantemente guerriera. In due parole: troppo pericolosa.
‘Sempre paga di servire ed ubbidire' era stato il motto di Jane Seymour. Ed Enrico vuole che sua moglie, qualunque sua moglie, si attenga a quello.
Non vuole una moglie migliore di lui. Una moglie che serva la sua fede più di lui. Una donna che gli ricordi come lui non sia perfetto. Una donna che non sia di sua esclusiva utilità. Una donna che non dipenda da lui in pensieri, parole, opere ed azioni.
Come prevedibile inizia a diventare intollerante al modo di fare appassionato della moglie e la fazione papista impersonata da Gardiner, coglie subito la palla al balzo. Inizia così il complotto contro la nuova regina.
La famiglia Howard ed il duca di Norfolk premono affinché Mary Howard la vedova di Henry Fitzroy (l'abbiamo già visto nel romanzo “La maledizione del re”) sposi Thomas Seymour in modo da poter tornare a corte. L'unione è buona e Caterina sebbene ami ancora Thomas, sa che non può costringerlo a restare celibe per sempre.
Caterina in tutto il romanzo si strugge di una passione deleteria e profonda nei confronti di Thomas, il suo unico vero limite. Ad un certo punto è tentata d'incontrarlo segretamente, pur di vederlo. Thomas che ricorda molto bene la fine fatta da Caterina Howard, razionalmente si rifiuterà sempre di assecondarla. La nostra protagonista proprio per questo motivo, decide quindi di buttare ogni cosa possa anche solo far sembrare che lei abbia una vaga simpatia per lui.
Lo scopo degli Howard è però un altro.
Mary una volta arrivata a corte, deve sfruttare la bellezza e la giovane età per sedurre l'uomo che una volta era stato suo suocero e soppiantare così la regina riformista.
Intanto Stephen Gardiner accusa ed arresta tutti coloro che hanno avuto a che fare con i salotti intellettuali della regina. L'obiettivo è far sì che facciano il suo nome per poterla accusare. La vittima più struggente sarà la predicatrice Anne Askew.
Caterina rimane subito colpita da questa giovane e bella ragazza nata di buona famiglia, conosciuta durante la sua giovinezza. Anne si era sposata per volontà dei genitori e dopo la nascita dei due figli aveva auto-annullato il proprio matrimonio.
Lei aveva letto e studiato la Bibbia ed era diventata una fervente sostenitrice della causa riformista, mentre lui era rimasto un devoto papista. Essendo di due fedi diverse non avevano stipulato lo stesso contratto matrimoniale. Non avevano giurato gli stessi voti davanti allo stesso Dio. Perciò lei aveva alzato i tacchi ed era andata a vivere a Londra per predicare.
All'inizio grazie all'influenza di Caterina, Anne viene liberata dopo il primo arresto. Ma quando quest'ultima perde il favore di Enrico, Gardiner fa arrestare nuovamente Anne.
La giovane viene torturata sulla ruota fino a spaccarle braccia e gambe. Vogliono faccia il nome della regina, ma in realtà si accaniscono particolarmente perché la odiano.
La odiano perché è una donna troppo istruita che non prende ordini da nessuno. Una donna che era riuscita a farli fessi dopo ore d'interrogatorio.
Non potendola prevaricare verbalmente, erano quindi ricorsi alla violenza bruta. Ma nemmeno così riescono a piegarla. Anne non farà mai il nome della regina.
Stavolta Caterina non può salvarla.
Successivamente viene legata e portata alla morte sul rogo (la condanna per l'eresia).
Catherine Brandon (divenuta la nuova favorita di Enrico dopo la morte di Charles) riesce a farle mettere della polvere da sparo nella tunica in modo che la donna salti in aria senza soffrire.
Caterina fa sparire tutti i suoi scritti personali al fine di non vanificare il silenzio dell'amica. Ma ormai sa che prove o non prove, il re ha firmato un mandato d'arresto contro di lei. L'accusa è eresia.
Caterina scopre quindi chi è il suo unico e vero nemico: il re.
Thomas è in mare, suo cognato Edward Seymour è diventato comandante di Boulogne, quindi è lontano. Nessuno può salvarla. A corte ci sono solo Gardiner e gli Howard, e come è noto, questi a furia di sfruttare il sospetto cronico di Enrico riescono nel loro intento: farla uccidere.
Sarà sua sorella Nan ad avere l'idea geniale. Certo di geniale avrà molto poco dato che si tratta del trucco più vecchio del mondo. Sfruttando il sadismo di Enrico, Nan lo spinge a visitare la moglie. Il motivo è che Caterina vorrebbe suicidarsi in quanto sa di aver perso il suo amore. Lei ovviamente si fa trovare seminuda e molto angosciata.
Verso sera la regina riceve il permesso di tornare da lui per la notte. Ma non sarà la solita visita.
Enrico matto come un cavallo sfrutta la legge che dice chiaramente come un uomo possa picchiare una moglie con una frusta lunga quanto un dito. Ed infatti la picchia con quella dopo avergliela fatta pure baciare accucciata come un cane.
Infine la obbliga ad una fellatio con un artefatto simile ad un membro maschile ma pieno di pietre preziose, che le graffiano tutta la faccia.
Lei deve sottostare e chiedere perdono per la sua disobbedienza al fine di avere salva la vita. Proverà una grande vergogna per tutta la propria esistenza: quella di non essere stata capace di affrontare dignitosamente la morte come avevano fatto le altre regine.
Il giorno dopo Enrico la mette alla prova chiedendole un parere circa una determinata questione religiosa e lei risponde che preferisce appellarsi alla sua opinione e seguire quella.
Enrico rimane soddisfatto e quando gli uomini di Gardiner arrivano all'improvviso per arrestare Caterina, Enrico furibondo li scaccia tutti da corte. Caterina è di nuovo la preferita.
Caterina scopre così la vergogna , la sottomissione, l'addomesticamento: l'arte del sopravvivere.
Tutta questa chiamiamola ‘fase' del libro è chiaramente un'invenzione dell'autrice. La storia ufficiale prevede che Caterina grazie ad una appassionata arringa, abbia convinto Enrico di aver discusso apertamente con lui di religione solo per distrarlo dal dolore cronico alla gamba. Cosa che poi ribadisce anche nel romanzo il giorno dopo l'orrenda serata.
Inoltre pare che Enrico a causa della demenza senile, si fosse completamente dimenticato di aver firmato la condanna della moglie il giorno prima.
Con il ritorno in auge della regina è la fine della causa papista. Entrambi i fratelli Seymour rientrano in patria.
Nel mentre si scopre che Mary Howard ha rifiutato le nozze con Thomas Seymour e ha denunciato tutta la propria famiglia, che voleva farla diventare l'amante del re per poi soppiantare Caterina.
Finalmente. Finalmente la rivolta delle ragazze Howard. Mary fa quello che non ebbero il coraggio di fare le sorelle Bolena, Madge Shelton, Caterina Howard e tutte le altre. Finalmente il duca di Norfolk e suo figlio finiscono nella Torre con l'accusa di tradimento.
Un epilogo che sognavo dal 2001 quando ho letto per la prima volta il romanzo “L'altra donna del re”.
Caterina scopre il suo primo trionfo.
Il 27 Gennaio 1547 Caterina è lontana dalla corte. Enrico infatti sta esaminando le prove contro il giovane Henry Howard, il figlio del duca di Norfolk.
Aveva sempre esitato a condannarlo per le sue nefandezze in quanto questi era stato il migliore amico del suo povero figlio Henry Fitzroy.
Ma la salute di questo Barbablù collassa definitivamente ed a soli cinque mesi dal suo 55esimo compleanno, Enrico VIII d'Inghilterra muore lasciando una magnifica rendita per Caterina (ma nessuna reggenza a suo nome per Edoardo) e una dote per entrambe le figlie. La morte è talmente improvvisa che Edward Seymour ne approfitta per diventare lord protettore per conto del nipote.
Cosa per nulla gradita a suo fratello Thomas.
Caterina scopre che a volte, anche una donna può vincere una guerra.
Il futuro
Come già anticipato, il romanzo termina con la morte di Enrico e la ritrovata libertà di Caterina. Ma la vita riconquistata così a caro prezzo, evidentemente non era nel suo destino.
I primi di Maggio del 1547 Caterina non resiste alla sua passione per Thomas. Nel romanzo l'amore della donna per lui viene descritto alla perfezione: un amore maturo, passionale che va oltre gli egoismi personali. Una donna disposta a sopportare tutto per amore del proprio compagno, anche un'altra donna.
La stessa onestà intellettuale non posso dire la detenga lui. In questo libro appare come un uomo quasi perfetto, che chiede pure il permesso alla donna amata prima di prendere in considerazione altre mogli, addirittura disposto a rinunciare in caso di rifiuto da parte di lei.
Infatti dopo il mancato matrimonio con Mary Howard i suoi occhi si posano sulla principessa Elisabetta, la quale palesemente non disdegna.
Caterina acconsente anche se sa che così trasformerà la ragazzina che ama come una figlia, nella sua più pericolosa rivale. Seymour è ambizioso e vorrà sempre una donna vicina al trono, tanto quanto lo è attualmente il fratello Edward, con cui ha una rivalità che lo consuma fino alle membra.
Comunque in Maggio senza aspettare la fine dell'anno di lutto, Thomas e Caterina si sposano in segreto. Le nozze fanno infuriare tutta la corte. Caterina spera nell'intercessione della principessa Maria che non arriverà. Perciò vanno a vivere nella loro nuova residenza portando con loro anche Elisabetta.
Nel Novembre del 1547 l'opera di Caterina ‘Il lamento di una peccatrice' vede finalmente la luce. È la realizzazione di un sogno. Il suo più grande sogno. E questa volta non c'è nessun Enrico Tudor ad impedirle di essere fiera di se stessa.
Intanto i fratelli Seymour sono ai ferri corti poiché la moglie di Edward ha preso possesso dei gioielli reali di Caterina. Essendo la moglie del lord protettore, tecnicamente può farlo e i due neo sposi devono accettarlo. In casa Seymour però dopo qualche tempo iniziano ad avvenire cose ben più strane.
La governante di Elisabetta, Kat Ashley, riferisce a Caterina che suo marito ogni mattina va a svegliare la figliastra senza bussare, facendole il solletico, e concedendosi intimità inappropriate. Caterina che proprio come nel romanzo vuole credere che Thomas la veda come una figlia, decide addirittura di accompagnarlo nei giochi mattutini.
Ma ognuno s'illude come preferisce. Thomas pianificava di sposarla ed Elisabetta non fa nessun mistero di essere attratta da lui.
Perciò quando la regina vedova rimane incinta per la prima volta in vita propria, affronta la questione di petto. Intima ad Elisabetta di andarsene. Né la ragazzina né il marito si oppongono. Caterina durante la gravidanza è di pessimo umore e l'atteggiamento totalmente remissivo di lui così estraneo al suo modo di essere, la dice davvero lunga.
Elisabetta manderà alla ex matrigna delle lettere chiedendo perdono per il suo comportamento.
Il 30 Agosto 1548 Caterina partorisce una bambina, chiamata Mary come la ex figliastra (il fatto che non l'abbia chiamata Elizabeth la dice altrettanto lunga).
Il 5 Settembre Caterina muore sconfitta dall'unica cosa capace di annientare una donna resistente come lei: la setticemia. La stessa che aveva ucciso la tanto disprezzata cognata Jane Seymour.
Thomas Seymour, l'uomo che sognava tanto il trono, muore invece decapitato per tradimento contro il nipote re Edoardo VI, il 20 Marzo 1549.
Mary Seymour dalle prove storiche a disposizione, sappiamo che morì all'età di 2 anni.
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| Possibile ritratto di Mary Seymour |
A noi posteri sono rimasti gli scritti di Caterina ma soprattutto il grande esempio che ha dato con il suo particolare vissuto.
Enrico
VIII
di
Inghilterra.
L'ultimo
atto
di
un
Barbablù
L'abbiamo visto attraverso gli occhi di sua madre (“Una principessa per due re”).
L'abbiamo osservato attraverso gli occhi di sua sorella maggiore (“Tre sorelle, tre regine”).
L'abbiamo conosciuto attraverso la donna che da sua cognata è divenuta la prima delle sue consorti (“Caterina la prima moglie”).
L'abbiamo valutato attraverso gli occhi di una parente che lo amava come un nipote (“La maledizione del re”).
L'abbiamo biasimato attraverso gli occhi della donna che dall'essere la sua amante è diventata sua cognata (“L'altra donna del re”).
L'abbiamo temuto attraverso gli occhi di una donna che l'ha servito per tutta la propria vita alternativamente a quelli di due donne divenute una dopo l'altra la sua quarta e quinta moglie (“L'eredità della regina”).
Adesso siamo giunti all'ultimo atto di quella grande tragedia umana che è stata l'intera esistenza di re Enrico VIII d'Inghilterra. Attraverso gli occhi della donna che è stata la sua ultima compagna, è tempo per noi lettori di tirare le somme.
Come avrete certamente notato, nelle mie precedenti recensioni, non mi sono mai soffermata esageratamente a parlare di questo personaggio.
Non ritenevo di dovermi concentrare su un uomo i cui comportamenti nei confronti degli altri dicevano più di quanto avrei mai potuto dire io su di lui.
Ma dato che questo libro termina con la dipartita del suddetto e visto che comunque è uno dei personaggi portanti di tutta la saga, è necessario nonché doveroso da parte mia, esplicare una riflessione che di fatto è ormai divenuta doverosamente necessaria.
Ritengo che Philippa Gregory attraverso gli occhi delle donne che lo hanno conosciuto, abbia costruito per noi lettori, un personaggio semplicemente magistrale, letteralmente a 360 gradi.
Enrico VIII è l'unico soggetto di cui abbiamo modo di veder sviluppare l'intera personalità: da bambino viziato e vanaglorioso a spietato tiranno. In tutta la sua umana miseria è il personaggio meglio studiato e costruito.
La Gregory si è servita di ogni documento storico riguardante la sua persona per ricostruirne le azioni, ma per quanto riguarda i pensieri e le parole, ritengo abbia tracciato un quadro psicologico ben preciso: quello del narcisista patologico.
Non credo che a costruire questo tipo di quadro l'autrice si sia sforzata di inventare, dato che in effetti le sue azioni ed i suoi comportamenti corrispondono appieno alla figura psicologica più pericolosa dell'attuale mondo moderno.
Ho cercato degli articoli tratti da riviste scientifiche e ho delineato i tratti di quel preoccupante quadro psicologico che caratterizzava il monarca inglese, vissuto molto lontano dall'invenzione della moderna psicoterapia.
Come sicuramente saprete, il termine narcisista, deriva dal mito greco del giovane Narciso, un uomo caratterizzato da una bellezza incredibile.
Fece innamorare di se stesso molte donne, ma non ritenendo nessuna degna di lui, le rifiutava tutte. La più devastata tra le sue innamorate, fu sicuramente la ninfa Eco, la quale dopo il rifiuto, si consumò talmente tanto di dolore che ne rimase solo la voce.
Un giorno, per caso, Narciso vide il proprio riflesso in una fonte e si innamorò di se stesso. Ma trattandosi di una passione impossibile, e non potendo in alcun modo soddisfarla, finì per suicidarsi.
Recenti studi hanno dimostrato che questo disturbo della personalità tende a manifestarsi al 90% in individui bianchi, di sesso maschile che vivono nei paesi capitalisti. Ovviamente al tempo di re Enrico VIII non esisteva il capitalismo, ma stiamo comunque parlando di un uomo vissuto nel Paese dove è nata la prima rivoluzione industriale.
Pertanto quindi, di un uomo vissuto in quello che sarà il futuro occidente capitalista e per giunta all'interno di una condizione sociale superiore a quella di chiunque altro al suo tempo.
I tratti che manifesta sono ben contraddistinti.
Sono quasi sempre persone colte, belle, ma soprattutto affascinanti: nota è la loro capacità di sedurre chi li circonda. Enrico VIII era considerato uno dei monarchi più belli del suo tempo nonché dotato di un fascino indiscusso. Aveva grande cultura, talento musicale ed eccelleva nello sport.
Il narcisista ha una visione di se stesso totalmente difettata: Enrico in tutti i romanzi, spesso lamenta di essere solo, di essere costantemente tradito, e di come lui sia sempre un uomo troppo buono e fiducioso.
In questo romanzo nel particolare, si lamenta con Caterina del fatto che da bambino nessuno abbia mai avuto compassione per lui, che è dovuto crescere da solo, e che come non ha potuto avere alcun sostegno lui, parimenti non dovrà averne neppure il figlio Edoardo.
Enrico ha di se stesso un'idea grandiosa, tende a sopravvalutarsi in ogni campo e di questo aspetto ogni romanzo ne è pieno.
Il narcisista quando fallisce non dà la colpa a se stesso ma solo ed esclusivamente a chi lo circonda per non aver capito i suoi ordini o averli eseguiti male. Quando invece trionfa il merito è solo e solamente suo. Vedasi le reazioni durante le infinite campagne militari che ha tenuto.
Il re si ritiene più brillante di chiunque altro, più colto di chiunque altro, migliore di chiunque in qualunque cosa.
Come da manuale di psicologia è maledettamente competitivo, perché deve costantemente dimostrare a tutti di essere il migliore. Nello sport, nella cultura, nella musica, in guerra, in politica e persino nel sesso tutti devono osannarlo, sempre e comunque.
Come tutti i narcisisti, non tollera competizioni dove esce perdente tanto che con il tempo l'intera corte bada a farlo vincere a prescindere. Non tollera che si mini la sua autostima, pertanto è impensabile mantenere un buon rapporto con lui persino se lo si batte a carte.
Persino la morte del figlio Henry Fitzroy arriva a minarne l'ego (in quanto prova lampante di come non possa generare un figlio maschio sano) pertanto il suo ricordo deve essere cancellato. Stesso destino riservato a tutti coloro che osano metterlo di fronte ad una realtà che non è quella da lui costruita.
Il narcisista quando viene ferito prova una rabbia che non riesce a controllare ed è totalmente incapace di gestire. Si sente dominato dalla vergogna, dal senso di fallimento. I risultati di questa incapacità di dominarsi, Anna Bolena e Caterina Howard lo pagano sulla loro pelle. Così come anche le sue figlie.
Nonostante in tutti i libri riceva elogi h24 meritati o meno, Enrico non coglie occasione di far notare come nessuno lo comprenda, come nessuno riesca a capire la sua genialità fino ad arrivare al ben noto punto nel romanzo “L'altra donna del re” in cui si convincerà seriamente che le sue azioni, i suoi pensieri e desideri non sono altro che: ‘espressione diretta della volontà di Dio'.
Enrico, nonostante abbia tutto, è affetto da un senso di vuoto cronico. Il narcisista ha un tale vuoto emotivo che cerca di riempirlo con continui successi oppure succhiando vitalità ed energia a chi lo circonda. Da qui l'eterno bisogno di essere costantemente ‘accudito' da tutti. Nel mito infatti Narciso consuma la povera Eco lasciandone solo la voce.
Ma nonostante ciò è sempre sospettoso, sempre nervoso, sempre depresso. Nulla riempie il suo vuoto cosmico.
Nel corso del romanzo “La maledizione del re” lo vediamo ricercare costantemente elogi, persino quando l'argomento non lo riguarda minimamente. Spesso tende ad oscurare anche i figli per mettersi al primo posto in una conversazione.
Enrico sfrutta tutti coloro con cui ha a che fare. Il narcisista ritiene che le relazioni non esistano. Qualunque tipo di relazione.
Infatti passano dall'esaltare esageratamente una persona per poi vederla all'improvviso come una minaccia. A quel punto, ‘l'altro' diventa qualcuno da cui difendersi. Se non lo si aggredisce subito, sarà lui a farlo di rimando. Da qui i suoi deleteri rapporti con Wolsey, Cromwell, Moro, Fisher, Gardiner, il duca di Norfolk e tutti coloro che hanno avuto la disgrazia di lavorare per lui.
Totalmente privo di empatia, il narcisista non vede i bisogni degli altri e nemmeno li considera. Non si cura della sofferenza di Caterina d'Aragona durante i suoi aborti, ciò che conta è il danno che ha fatto a lui non dandogli un maschio e la brutta figura con gli altri.
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| Statua di cera ritraente re Enrico VIII |
Non si preoccupa di uccidere la madre di sua figlia Elisabetta, perché è lei ad essere una traditrice che lo ha umiliato; non si cura della sofferenza del parto di Jane e nemmeno si pente di averla lasciata sola, perché la propria salute era più importante.
Quando Henry Fitzroy decede, non si preoccupa del dolore di sua madre Bessie o di quello della nuora Mary e distrugge ogni suo ritratto, ogni ricordo.
Separa per sempre Caterina d'Aragona e Maria, colpevoli di non avergli obbedito, di averlo sfidato. Che importa se si tratta di madre e figlia. Di sua moglie e di sua figlia.
Enrico è arrogante, dispregiativo, presuntuoso ed invidioso.
“Non ho paura della morte, e che proprio non riesco ad immaginare il Paese senza di me”.
Re Enrico VIII in “La sesta moglie”
Nonostante sia il re d'Inghilterra e quindi potenzialmente possieda tutto, Enrico non tollera la felicità e la prosperità altrui. Spesso usa il suo potere per derubare ed annientare coloro di cui invidia la ricchezza e la popolarità. Invidia il lignaggio dei Plantageneti, che è migliore del suo. Ne invidia la ricchezza. Pertanto li annienta tutti.
Nel romanzo “La maledizione del re” vuole addirittura che Margaret Pole gli restituisca le terre che lui stesso le ha donato diverso tempo prima.
Il narcisista infatti è molto generoso, ma solo al fine di destare ammirazione. Vuole donare di sua iniziativa e totalmente all'improvviso, perché vuole stupire al fine di essere adorato.
Non a caso lui stesso sostiene di aver ‘salvato' tutte le sue mogli. Da cosa non si sa. Vuole al suo fianco solo donne di cui può avere il controllo, la devozione e l'ammirazione.
Ha salvato dalla povertà Caterina d'Aragona, elevato dal nulla al trono Anna Bolena, lo stesso con Jane Seymour che senza di lui non si sarebbe mai neanche sposata. Caterina Howard era un'orfana senza nessuna prospettiva mentre Caterina Parr una vedova del nord senza nessun futuro, almeno secondo lui.
L'unica donna su cui non vanta alcuna superiorità è Anna di Cleves ed infatti se ne libera immediatamente, ma mettendola in condizione di essergli sempre grata e devota. La fa diventare una donna che dipenderà per sempre dalla sua carità e dalla sua generosità.
Al contrario non ha nessuna intenzione di aiutare qualcuno che gli chiede aiuto direttamente o che gli porti soltanto gratitudine. Sentimento di cui lui non sa assolutamente cosa farsene visto che neanche è in grado di concepirlo; nella sua ottica ogni cosa viene da lui e per lui.
I fattori che condizionano l'origine di tale disturbo della personalità hanno una natura che molto probabilmente può essere ereditaria o ambientale.
Le cause si riducono a quattro:
1 Un bambino esageratamente esaltato dai genitori o comunque dalla figura accudente, che alimenta il suo ego e lo premia solo nel caso in cui questi si riveli all'altezza delle esagerate aspettative.
2 Un bambino totalmente ignorato dalla figura accudente (di solito la madre) che in assenza delle attenzioni adeguate, finisce per compensare la solitudine imparando a contare solo su se stesso e di come gli altri siano solo un mezzo di cui servirsi per autorealizzarsi.
3 Un ambiente familiare esageratamente iperprotettivo che ne danneggia l'autostima e contemporaneamente profondamente indulgente, che finisce per alimentarne il complesso di superiorità.
4 Umiliazioni croniche da parte dei coetanei.
Nel caso di re Enrico direi che abbiamo valide tre ipotesi su quattro.
Nasce nell'appena nata casa reale Tudor, che punta molto sulla propria autopromozione per mantenere il trono.
Basti pensare alla campagna di autoesaltazione del casato condotta dal padre e dalla nonna di Enrico: il matrimonio Plantageneto, l'invenzione di discendere da Arturo di Pendragon, nonché tutte le maldicenze messe in circolo contro Riccardo III.
I Tudor devono apparire perfetti. Anzi più che perfetti. Nel romanzo “Una principessa per due re” Enrico VII sfrutta spesso la propria famiglia per promuoversi agli occhi dell'opinione pubblica, al fine di emulare e sostituire nell'immaginario collettivo la perfetta famiglia del suocero re Edoardo IV.
Molti studiosi concordano sul fatto che il disturbo narcisistico della personalità sia un fattore ereditario; se un genitore lo possiede, il figlio lo eredita per cultura ed educazione. Ed in effetti il padre del re è stato dipinto nello stesso modo.
Enrico VII è anche lui un cronico invidioso, spesso frustrato, con scoppi di rabbia incontrollata che è totalmente incapace di gestire. La sola differenza tra padre e figlio, è che il primo non ha goduto del privilegio dell'esaltazione rispetto al secondo.
Enrico VII Tudor pur essendo stato esageratamente viziato e riempito di idee di onnipotenza dalla madre (da cui ha certamente ereditato il narcisismo visto che è nato orfano di padre) e dallo zio, ha avuto spesso modo di scontrarsi con la dura realtà. Che comunque non ha mai accettato.
Spesso si compatisce di come nessuno lo capisca, ma perché vive in tempi dove ancora i monarchi non godevano di una devozione quasi divina. Basti ricordare il modo assurdo in cui si offende pesantemente ogni volta che la moglie osa fargli notare che le sue idee a volte fanno acqua (“Una principessa per due re”).
Infatti lui rimedia alla propria insicurezza annientando economicamente gli avversari ed alimentando quindi il vortice di vuoto che lo divora.
Riduce al silenzio e ad una completa nullità una moglie che rappresenta una minaccia al suo status, ma che comunque ama perché Elisabetta di York oltre ad assecondarlo ed amarlo, ha un'indole empatica e non lo delude mai in nulla.
Nonostante questo, spesso non esita a minacciarla e manipolarla psicologicamente contro la sua famiglia (“Una principessa per due re”) al fine di mantenere su di lei un controllo totale.
Quando Elisabetta muore (“Tre sorelle, tre regine”) il re si lamenta della morte della moglie. La donna è colpevole di averlo lasciato solo.
Il principe Enrico cresce quindi in una famiglia dove vige un padre poco affettuoso, iper competitivo che dai figli si aspetta il massimo.
Volente o nolente il bambino si scontra con la figura di Arturo il fratello maggiore, il futuro della dinastia, il cocco di famiglia. Anche Arturo in realtà è consumato dall'ingranaggio Tudor e lo vediamo nel romanzo “Caterina la prima moglie”, ossia un ragazzo che non può permettersi di sbagliare,su cui contano tutti. Su cui le aspettative riposte, sono assurde.
Dall'altra parte il fratellino cerca continuamente di emularlo e superarlo in modo da spingere i genitori e gli altri a vederlo.
Altri che non lo vedranno mai se non fino alla morte di Arturo. Enrico passa infatti dal minimo al massimo; da sempre esaltato e privilegiato dalla nonna, la vera signora e padrona della famiglia, finisce con l'essere iper protetto ed infine assecondato da questa fino all'esasperazione.
Non avrà amici e compagni suoi, erediterà quelli di Arturo compreso il caro Charles Brandon.
Infatti per tutta l'età adulta il re sente il bisogno di rimarcare continuamente come sia stata la volontà di Dio ad uccidere il fratello per dare il trono a lui, in quanto il migliore dei principi Tudor.
Tutto questo amore soffocante della nonna non produce però sentimenti positivi in lui, ma bensì odio (“Caterina la prima moglie”) e disprezzo. Margaret Beaufort ha alimentato il sospetto, l'insicurezza e l'ego smisurato del nipote preferito.
Il tutto mentre suo padre continua ad ignorarlo ed una madre che muore quando lui ha soltanto 11 anni.
Enrico non ha mai vissuto un rapporto sano con la madre, Elisabetta di York.
Elisabetta lo vedeva di rado, e non si è mai concentrata su nessuno dei figli in modo particolare (tranne Arturo), dato che a controllarne l'educazione era soltanto la suocera.
Elisabetta agli occhi di Enrico diventa una Madonna, una figura angelica, un oggetto di lontana devozione.
Esattamente come il padre aveva concepito e conosciuto Margaret Beaufort. Infatti anche il vecchio re Enrico considerava la madre un modello di sacra perfezione, mentre Elisabetta morì troppo giovane per diventare qualcosa di più per il figlio.
In età adulta il narcisista costruisce relazioni tossiche. Durante il corteggiamento o comunque la fase iniziale del rapporto, fa di tutto per apparire perfetto. Si trasforma nell'esatta persona che la donna corteggiata vuole avere davanti. Non a caso, son tutte convinte all'inizio che Enrico le ami davvero, perché fa di tutto per sembrare l'uomo della loro vita.
Il soggetto vuole l'ammirazione e la totale devozione della sua futura vittima.
Salva Caterina d'Aragona dalla povertà, la sposa, la nomina reggente.
Esalta Anna Bolena fino a farla diventare regina.
Lo stesso fa con Jane.
S'improvvisa misterioso viaggiatore per sedurre Anna di Cleves che comunque non denigrerà mai in pubblico.
Vizia fino alla nausea Caterina Howard.
Sposa all'improvviso la ‘povera' vedova Caterina Parr e la nomina reggente, le permette di scrivere e studiare.
Il tutto per guadagnarsi la loro totale sudditanza psicologica. Con Caterina Parr il cambiamento è quantomeno lampante. Persino lei riesce a provare dei sentimenti affettuosi per lui, tanto che vorrebbe addirittura provare a dargli un figlio lasciando perdere le erbe che prende al fine di non concepire. Semplicemente magistrale.
Ma nel giro di poco tempo, una volta ottenuto il controllo, il narcisista al fine di mantenerlo, passa ad atteggiamenti disturbanti ed opprimenti. Alterna pesanti mortificazioni a gentilezze improvvise, in modo da spingere le vittime a confondersi ed auto colpevolizzarsi. Tale tattica funziona egregiamente su Caterina d'Aragona, Jane Seymour e Caterina Parr.
Quando invece il soggetto realizza che sta perdendo il controllo o lo ha proprio perso, succede come con Anna Bolena, Caterina Howard e Caterina Parr.
La reazione immediata è la soppressione. Il narcisista non tollera minacce al suo ego, al suo status, alle sue convinzioni. Qualunque esse siano e di qualunque natura.
Nel caso della Parr, il fattore scatenante furono le discussioni religiose.
Nel romanzo la scintilla scoppia quando lui nota che lei è l'unica tra tutte le sue mogli a firmarsi con il cognome da nubile: regina Caterina Parr. Sua moglie non gli è grata, non si sente salvata. Sua moglie si reputa pari a lui. Sua moglie pensa di essere una donna che può fare a meno di lui.
Questo è qualcosa che lui non può tollerare. E la umilierà nel peggiore dei modi, annientandone lo spirito.
Il disturbo narcisistico si riflette automaticamente anche nel rapporto con i figli. Il soggetto sugli stessi esercita un atteggiamento di totale repressione della personalità (Maria), manipolazione ed umiliazione continuativa (Maria ed Elisabetta) oppure totale disinteresse (Edoardo ma anche Henry Fitzroy di cui si è davvero interessato solo quando è morto).
Infatti persino con l'adorato figlio di Jane costruisce lo stesso rapporto che il padre aveva con lui. Totalmente assente.
In questo libro Enrico dice che non ha mai potuto considerare i suoi figli come tali, ma solo come eredi e rivali per il trono.
Il narcisista tende ad invidiare le doti della propria prole se ritenute superiori alle sue e cerca di annientarle qualora possano sopraffarlo.
L'esempio più evidente è il comportamento nei confronti di Maria visto nel romanzo “La maledizione del re”.
Maria, la figlia di una donna con un lignaggio superiore al suo, una ragazza con la sua stessa cultura, più amata e benvoluta di lui. Una figlia femmina, cresciuta senza fratelli e senza rivali.
Adorata e benvoluta persino dalla propria moglie che avrebbe dovuto pensare al suo esclusivo benessere, ad idolatrarlo e a servirlo facendo prima un figlio maschio e poi mettendosi da parte. Non certo perdere tempo a lottare per il proprio status ed i diritti di una figlia femmina.
Elisabetta era una nullità ed Edoardo troppo piccolo per farlo sentire minacciato, ma se fossero stati più adulti e rilevanti come la sorellastra, anche con loro avrebbe usato le stesse maniere forti.
In realtà ritroviamo la stessa condizione che Enrico aveva subito con il padre: figlio di una vera principessa, più istruito di lui, con l'aspetto del bellissimo ed avvenente suocero, e con possibilità future superiori alle sue che avrebbe ottenuto senza sforzarsi.
Enrico VII vedeva in Arturo un figlio più simile a lui, mentre in Enrico la sua nemesi: l'irraggiungibile suocero.
Quindi anche da parte sua vi era invidia, infatti questi non mancava mai o di ignorarlo o di denigrarlo costantemente. In ogni caso non poteva certo fare a meno di lui dopo la morte di Arturo.
Come potete vedere, padre e figlio rispecchiano appieno il tratto patologico del narcisista overt.
Si differenzia dal covert solo perché il primo è chiaramente individuabile, mentre il covert tende a mascherarsi con un iniziale atteggiamento di docilità, sottomissione e finta empatia nei confronti del prossimo.
Nei tempi moderni, i narcisisti han vita difficile tranne a quanto pare, nelle relazioni sentimentali dove qualche vittima salta sempre fuori. Raramente si rendono conto del loro problema e sono in pochissimi a chiedere aiuto. Il mondo intorno a loro, con il tempo li riconosce e li evita, destinandoli alla loro eterna solitudine.
Ma Enrico VIII d'Inghilterra visse nel 500'. Divenne un monarca assoluto e soprattutto senza rivali come invece era accaduto con la stirpe dei Plantageneti.
A renderlo così pericoloso fu la sua posizione sociale, i tempi in cui si trovò a vivere, l'assenza di veri nemici, la scarsissima convinzione nel contrastarlo, dato che comunque proprio in quanto narcisista, il suo fascino faceva molta presa su coloro che lo circondavano.
Ritengo che a fare davvero la differenza fu soprattutto la totale mancanza di coraggio o l'incredibile opportunismo di coloro che lo attorniarono.
Questi ultimi sicuramente i più sciocchi che credendo di poter manipolare un narcisista, finirono per rimanere schiacciati dallo stesso meccanismo innescato della sua mente perversa.
Furono loro di fatto, i veri creatori di Enrico VIII l'uxoricida.
Considerazioni
finali
Questo romanzo per struttura e per stile ricorda molto “Una principessa per due re” il quale era interamente incentrato attorno alle figure di Elisabetta di York ed Enrico VII.
Qui invece a far muovere l'intera vicenda sono Caterina Parr ed Enrico VIII.
Ma con un risultato abbastanza diverso.
La diversità sta nell'atteggiamento delle due protagoniste, contraddistinte dallo stesso stile narrativo profondamente intimo, calmo e rilassato.
Elisabetta di York pur essendo stata al centro di vicende senza dubbio molto più accattivanti ed affascinanti, con il suo timore, la sua sottomissione e la sua passività non permette al lettore di immedesimarsi più di tanto, ma trasmette piuttosto un velato senso di rassegnazione.
Storicamente ineccepibile per carità, ma decisamente di poca ispirazione per un lettore.
Caterina Parr invece è una donna che lotta. Lo fa in modo non plateale, in uno scontro pari a quello di una guerra fredda, dove sa che solo perdendo molte battaglie (fino all'umiliazione inflittale da Enrico) potrà arrivare a combattere l'ultima: quella per la sopravvivenza.
“La sesta moglie” ci mostra la storia di una donna che dà l'esempio, usando tutti i mezzi a sua disposizione. Una figura di straordinaria umanità tanto nel bene quanto nel male, caratterizzata da un realismo ed una modernità incredibile.
L'impatto quindi per un lettore è completamente diverso.
Inoltre questo libro mi ha dato finalmente la possibilità di conoscere da vicino la causa della religione protestante che non è certo cosa da poco.
Non mi riferisco ai dogmi, alle cerimonie, ai culti. Ai motivi economici e politici ormai ben assodati nelle nostre menti grazie ai libri di storia.
No. Io parlo del cuore dell'uomo. Dei sentimenti. Di cosa si proponeva questa riforma, come la gente la percepiva, perché ha fatto tanta presa nelle persone.
Cosa scattava nella mente di donne come Anne Askew, le sorelle Parr, Catherine Brandon, Anne Seymour e tutti gli altri quando realizzavano di poter sentire Dio vicino a loro semplicemente pregando e comunicando con lui? Quando arrivavano a capire che Dio era vicino a loro e non nelle stuatue o nelle litanìe latine recitate nelle chiese?
Finora la Gregory aveva analizzato perfettamente attraverso figure storiche come quelle di Margaret di York, Caterina d'Aragona e la stessa principessa Maria, il fulcro della causa papista: ciò che il popolo aveva sentito e provato nel vedersi portare via il baluardo della loro fede da uomini che ai loro occhi cercavano solo un nuovo modo per ottenere ricchezza e potere.
Qui grazie a Caterina Parr ed al suo personalissimo percorso di fede, scendiamo nel cuore della causa riformista, nei sentimenti, nel ritrovato contatto con un Dio ormai completamente perduto e mantenuto in vita solo grazie alle superstizioni.
Persone sempre più deluse da una fede che mostrava ogni giorno di essere soltanto maggiormente determinata a mantenere ad ogni costo un potere secolarmente acquisito.
Una religione che non comunicava più con loro neanche in una lingua a loro comprensibile: ossia un insieme di vuote tiritere pronunciate in un latino privo di anima, di cuore, di Dio.
La forza di questo manoscritto è proprio questa. Non abbiamo una trama complessa, tanti personaggi memorabili né tantomeno degli intrighi particolarmente succosi.
Infatti questa è semplicemente la storia di una donna che ha lottato da sola per ciò in cui credeva.
La regina Elisabetta I nonché sua figliastra, seguirà l'esempio da lei tracciato tanto per la riforma della fede quanto per la prudente tolleranza religiosa.
Attraverso l'ultima regina Tudor, Caterina ottiene la sua vittoria definiva, il suo riconoscimento dalla storia.
Paradossalmente, avvenuta proprio grazie a quel casato che stava per cancellare la sua stessa esistenza dalla faccia della Terra.
Autore MLG



































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